se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

venerdì 29 agosto 2014

Tutti a bordo... a cominciare dai bimbi!

BIMBI A BORDO è il nome del festival di letteratura per ragazzi che da qualche anno si tiene a Guspini (VS/Sardegna) per iniziativa dell'Associazione Culturale InCoro. Anzi, per dirla con gli organizzatori, più che un festival è una Festa della Letteratura per Ragazzi.
L'edizione di quest'anno comincia proprio stasera, 29 agosto 2014, e si presenta ricchissima di iniziative e ospiti.
Tra i tantissimi autori che interverranno (molti amici e colleghi), vorrei segnalare due nomi in particolare: quelli dello scrittore Francesco Enna, autore di numerosissimi romanzi e racconti per ragazzi, e della psicoterapeuta Iole Sotgiu, moglie di Enna nonché autrice, insieme al consorte, del libro Il buio fifone che verrà presentato nel corso della manifestazione. Per la cronaca, i coniugi Enna-Sotgiu sono i genitori di Bruno e Stefano Enna, entrambi sceneggiatori di fumetti molto bravi e conosciuti nel panorama nazionale ed europeo.

Il tema di BIMBI A BORDO 2014 è "Bugia e finzione", ben rappresentato dal Pinocchio del manifesto promozionale disegnato da Jean Claudio Vinci.

Ingrandite l'immagine qui sotto per leggere il programma nel dettaglio.

 Qui sotto, invece, il programma dei laboratori.
 

 E, infine, le note biografiche di tutti gli ospiti.
 
Per quanto riguarda me, domani e dopodomani mattina (30 e 31 agosto) sarò impegnato insieme al mio amico e collega Luca Usai in due laboratori di fumetto per bambini e ragazzi. Come è noto, da anni Luca disegna paperi e topi che regolarmente vanno a finire nelle prestigiose pagine di Topolino e di altre testate Disney.

Nel corso del festival si potranno leggere e/o ammirare anche gli elaborati che "noi ospiti" abbiamo prodotto per l'occasione. Disegnatori, scrittori e sceneggiatori sono stati chiamati a dare la loro particolare visione della tematica "Bugia e finzione" con disegni, vignette e scritti più o meno brevi.
Io mi sono cimentato in un racconto per ragazzi che ho scritto proprio in questi ultimi giorni e che ho intitolato Senza trucco.

Ricordatevi di non dimenticarvi di ricordarvi di venire a Guspini per BIMBI A BORDO in questo week end: 29, 30 e 31 agosto 2014.
Grandi e bambini siete avvertiti!!!

mercoledì 30 luglio 2014

Domani, 31 luglio 2014, nuova data del tour sardo delle principesse

Nel contesto delle "Notti Rosa" di Guspini (VS/Sardegna), il libro a fumetti LA PRINCIPESSA CHE AMAVA I FILM HORROR è di nuovo protagonista di una serata molto particolare.

Domani, 31 luglio 2014, a partire dalle ore 21, si parla di violenza sulle donne.
La scrittrice Maria Mantega presenta il suo libro Io, sola (Arkadia editore), romanzo che racconta la storia di Miriam, una delle tante donne vittime di uomini violenti e sottomesse alle dinamiche di una società che si indigna quando ormai è troppo tardi per intervenire.

A fare da difficile ma stimolante contraltare a questo tema così attuale e drammatico, ci saranno le otto principesse del volume a fumetti sceneggiato da me, disegnato da Alessio De Santa e colorato da Elena Grigoli per le edizioni Tunué.

Discuteremo di "Donna sola" e di "Donna principessa" e, come affermano gli organizzatori nel loro comunicato stampa, lo faremo anche giocosamente, "perché il mondo è grande e di Donna possiamo parlare facendo Cultura e Rispetto, educando dalla prima infanzia".

Una sfida niente affatto semplice, ma doverosa. Perché anche in un libro a fumetti come La principessa che amava i film horror si possono trovare spunti sorprendenti per intavolare discussioni ad ampio spettro, aperte sia ai bambini che agli adulti.

In questo sarò aiutato dal mio amico e collega Andrea Pau, con il quale ci soffermeremo su alcuni meccanismi che portano le otto principesse del libro ad agire, subire e reagire per trovare il proprio posto nel mondo e per formarsi una personalità capace di condurle in autonomia sulla propria strada.

L'incontro si terrà come detto a Guspini, in via Santa Maria, di fronte alla libreria Vaccargiu (ex Agus) e sarà introdotto da Graziella Caria.

Per maggiori informazioni sul libro Io, sola di Maria Mantega, click QUI, QUI e QUI.

La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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mercoledì 23 luglio 2014

Fumetti, narrativa e buona cucina: domani, 24 luglio 2014, otto principesse si accomodano in ristorante!

Nuova tappa del tour estivo in Sardegna per il libro a fumetti La principessa che amava i film horror.
Domani, giovedì 24 luglio 2014 a Guspini (VS), sarò ospite dell'Agriturismo Sa Tella insieme al mio amico scrittore Andrea Pau per un dopo cena a base di storie da raccontare.
Io parlerò degli otto racconti di principesse "non canoniche" che ho realizzato insieme ad Alessio De Santa ed Elena Grigoli per le edizioni Tunuè.
Andrea, invece, racconterà della sua serie di narrativa ragazzi Rugby Rebels, illustrata da Jean Claudio Vinci e approdata già da qualche anno in libreria grazie all'editore Einaudi Ragazzi.
Tutte le informazioni sul libro delle principesse le ho già disseminate sulla rete da mesi. E, in ogni caso, potete agevolmente trovarle su questo blog, scorrendo verso il basso con lo scroll.
Per notizie, curiosità e retroscena sui due autori dei Rugby Rebels e sui loro "pensieri, parole, opere e omissioni", cercate nei blog di Andrea e di Jean Claudio, oltre che nelle loro pagine facebook.
Per conoscere gli orari e gli altri dettagli della serata di domani, ingrandite la locandina che accompagna questo post.
Vi aspetto domani sera a Guspini, per una bella serata estiva a base di buona cucina e di storie da raccontare!

martedì 15 luglio 2014

Due chiacchiere su come si fa un libro a fumetti, con i ragazzi del mio paese

Domani (mercoledì 16 luglio 2014), a partire dalle 19e30, farò due chiacchiere con i ragazzi della Città dei Giovani di San Gavino Monreale, il mio paese natale.
Parlerò di come si realizza un progetto da presentare a un editore e di come questo progetto si trasforma in un libro a fumetti vero e proprio.
Per rendere più concreto il mio discorso, prenderò come esempio il libro La principessa che amava i film horror (edizioni Tunué, 2014) di cui ho già parlato in questo blog (QUI e QUA).
Il libro, nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato sceneggiato da me, disegnato da Alessio e colorato da Elena Grigoli.
L'incontro sarà introdotto e moderato dallo scrittore e amico Andrea Pau (autore anche della locandina che vedete qui sopra).
Organizza l'evento la Cooperativa Koinos, in collaborazione con l'Associazione Culturale Chine Vaganti (di cui mi onoro di essere un socio fondatore e un membro attivo).
Un grazie preventivo alle persone che verranno a seguirci.

PS: per i non sardi, San Gavino Monreale è un comune della Sardegna situato al centro della pianura del Campidano, a 52 chilometri da Cagliari.

giovedì 10 luglio 2014

Sabato 12 luglio 2014, alle vecchie miniere di Montevecchio (Guspini/VS), parlo di principesse e sorseggio una buona birra!

Eccomi... sono pronto per la prima presentazione in terra sarda del libro a fumetto La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse.
Come ho scritto anche su questo blog qualche tempo fa (QUI), il libro è uscito a maggio 2014 per i tipi di Tunué - editori dell'immaginario.
Nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato materialmente realizzato da Alessio (idea, soggetti e disegni), me (soggetti e sceneggiature) e Elena Grigoli (colori).

L'occasione di questa presentazione me l'hanno data gli organizzatori di BIRRAS, la festa delle birre artigianali della Sardegna che si tiene ogni anno a Montevecchio, una splendida location "post mineraria" dal fascino irresistibile.

Ebbene sì... le nostre principesse si dimostrano ancora una volta delle tipe tutt'altro che prevedibili. Infatti, scelgono di farsi presentare in un antico e glorioso complesso minerario (che una volta era conosciuto in tutta Europa) e, per di più, in mezzo a fiumi di eccellente birra artigianale, proveniente da tantissimi birrifici sardi.

Programma di BIRRAS 2014
Che dire, quindi?
Prima di tutto GRAZIE agli organizzatori di BIRRAS.
Poi, GRAZIE all'Associazione Culturale Chine Vaganti, attraverso la quale sarà possibile organizzare questo mini evento all'interno della grande manifestazione "birraiola".
Infine, GRAZIE ad Andrea Pau (scrittore di narrativa per ragazzi, sceneggiatore di fumetti e, cosa più importante, amico!). È stato lui a proporre la presentazione del libro agli organizzatori e a realizzare la locandina che avete visto in apertura di questo post. E sarà lui a condurre l'incontro tra me e il pubblico.

A questo punto non mi resta che invitarvi ufficialmente alle miniere di Montevecchio SABATO 12 LUGLIO 2014. La rassegna BIRRAS aprirà i cancelli alle ore 17,00. La presentazione del libro, invece, inizierà alle ore 19,00.
Uno dei tanti affascinanti scorci panoramici delle miniere di Montevecchio
In ogni caso, chi verrà a Montevecchio per BIRRAS non lo farà per una toccata e fuga di mezz'ora. Infatti, tra degustazioni, concerti, mostre e altre iniziative culturali e di intrattenimento, vi conviene riservarvi qualche ora e godervi il fascino di questo posto meraviglioso in buona compagnia.

ACCORRETE NUMEROSI, VI ASPETTO!!!

Bene... ora, per chi non sa cosa sia il libro La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse, ecco qualche informazione...

Il libro presenta otto racconti a fumetti di dodici pagine ciascuno.
Tra un racconto e l’altro c’è sempre un piccolo intermezzo di due tavole a fumetti “senza parole”. Questi intermezzi costituiscono, tutti insieme, una sorta di “vicenda di collegamento”.

Il punto fermo del volume è che tutti e otto i racconti parlano di principesse.
Parlano dei sogni di queste ragazze, dei loro obiettivi, dei loro amori, delle loro delusioni, dei loro errori, delle loro valutazioni giuste o sbagliate.

In quasi tutte le storie c’è il castello, cioè la casa. Quella in cui il re (papà) e la regina (mamma) educano, indirizzano, proteggono e puniscono.
Ma prima o poi, tutti debbono allontanarsi dal castello. E una volta fuori è necessario affrontare il mondo… le intemperie, i posti esotici e il bosco. A volte perfino il cielo!

Gli otto racconti, ricchi di citazioni e riferimenti letterari, musicali, cinematografici e pittorici, funzionano da specchio per i lettori di tutti i generi e di tutte le età.
Chiunque, nella vita, prima o poi è chiamato a misurarsi con (almeno) una principessa... “dentro di sé” o fuori, bella o brutta, simpatica o antipatica, sicura o insicura.
Nello stesso modo, chiunque si deve misurare con i propri genitori (che sono i sovrani della casa), con una strega, un drago, uno spasimante, un avversario, un maestro o un giullare bruttissimo che però balla divinamente.

A differenza delle fiabe tradizionali, in questo libro le principesse sono persone reali che agiscono in mezzo a personaggi e situazioni da fiaba. Tale particolarità le porta ad avere “reazioni non canoniche” con gli altri personaggi e con il contesto, ma anche desideri e obiettivi incompatibili con il “galateo” delle strutture narrative di una fiaba.
Ed è proprio qui che sta il tratto più originale e innovativo di questo lavoro. Un libro che solo in apparenza è riservato ai bambini ma che, in realtà, si rivela una lettura adatta a tutti: grandi e piccoli, uomini e donne, genitori e figli, persone concrete e sognatori irriducibili.

Detto questo, vi rinnovo l'invito per la presentazione del libro a Montevecchio (Guspini/VS) durante la rassegna BIRRAS, sabato 12 luglio a partire dalle ore 19,00.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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venerdì 20 giugno 2014

Le generazioni "saltate"

Ho scritto questo articolo circa due mesi fa per un lavoro “di comunicazione” in cui si è reso necessario osservare (pur senza troppi approfondimenti) alcuni fenomeni sociali che riguardano un po’ tutti noi, in quanto persone e in quanto italiani.
Ho scelto questo tema senza che nessuno me lo abbia dato, suggerito o, peggio che mai, imposto.
L’ho scelto perché credo rappresenti una delle più insopportabili vergogne italiane degli ultimi decenni. Oltre, naturalmente, a essere uno dei principali “nodi” che spiegano la sostanziale PARALISI MENTALE (e anche FISICA) del nostro Paese e di molte (troppe) caricature umane che lo hanno comandato anziché governarlo.

Ora lo pubblico qui, con qualche piccola modifica. Ma il succo del discorso non cambia.

 
Il fenomeno di cui scriverò è tipico dell’Italia degli ultimi trent’anni (circa).
Se poi dovessimo accorciare il tiro e limitarci a guardare la storia nazionale degli ultimi vent’anni, non sbaglieremmo a identificarlo come una vera e propria carica suicida che ha minato le basi stesse del nostro popolo.

Parlo di quello strano (ma non troppo) meccanismo che ha portato le generazioni di trentenni e quarantenni a essere quasi completamente tagliate fuori dai meccanismi di gestione della società, della politica, dell’economia, ecc.
Il discorso è lungo, e questa non è la sede adatta per svilupparlo nei dovuti modi e con i necessari approfondimenti. Ma mi preme comunque sottolineare come sia quantomeno singolare che un’intera nazione decida di amputarsi le parti più attive e forti del suo stesso corpo, senza averne indietro neppure un minimo tornaconto.
Dopo la grande “abbuffata plastificata” degli anni Ottanta, in cui gli italiani si sono anestetizzati il cervello a furia di futili amenità in stile “Drive in” o “Colpo grosso”, contagiati dal ributtante modello neovitellone della “Milano da bere”, con il suo vacuo fighismo da aperitivo, siamo arrivati all’alba degli anni Novanta con alcune generazioni di giovani completamente staccate dalla realtà.
I ventenni meno contaminati dal decennio precedente crescevano a “pane e grunge di Seattle”, ma agli occhi degli “adulti al potere” apparivano ancora come bambini appena svezzati. I trentenni invece venivano relegati, anno dopo anno, alla qualifica di eterni adolescenti. E i quarantenni (sempre quelli dei primi anni Novanta) erano forse gli ultimi ad avere la possibilità di salire sul treno “dei grandi”.
Dopo quel momento c’è stato il deserto completo.

I ventenni dei primi anni Novanta oggi sono ultraquarantenni che ancora annaspano, quasi rassegnati per aver perso quel treno. Sotto di loro, generazioni di adolescenti a tempo indeterminato o di bebè maggiorenni ai quali si continuano a somministrare nuovi (e sempre più potenti) anestetici cerebrali che oggi si chiamiamo “Amici”, “Grande fratello”, “Isola dei famosi”, ecc. ma che hanno lo stesso principio attivo di “Drive in” e “Colpo grosso”. Soltanto in dosi più massicce e deleterie.

Insomma, gli adulti al potere sono più o meno sempre gli stessi di venti e trent’anni fa, e sotto di loro hanno fatto tabula rasa. Niente più scuole di partito. Niente più botteghe artigiane in cui le mani esperte dei più anziani guidano e formano quelle “scalpitanti” dei più giovani.
Niente più passaggio di testimone. A nessun livello. Figuriamoci in politica.
Solo in questi ultimi tempi sembra di intravedere qualche accenno di cambiamento. Qualcosa pare finalmente agitarsi in quest’oceano rimasto piatto per tre lunghissimi decenni, anche se è ancora troppo poco per poter parlare di inversione di tendenza.

È stato (ed è ancora) così, a tutti i livelli. Dalle “alte sfere” della politica e dell’economia, fino alle “sfere più infime” della vita amministrativa e lavorativa, nei comuni più piccoli d’Italia.
Basta dare un’occhiata (anche fugace) alla situazione generale per capirlo!
Basta fare i conti dei trentenni e dei quarantenni che sono rimasti “fuori dai giochi” in questi ultimi vent’anni e che ancora oggi continuano a restare fuori. Un numero troppo grande di ragazzi ed ex ragazzi ignorati, dimenticati più o meno volutamente, molti dei quali costretti a partire per cercare miglior sorte altrove. Preferibilmente all’estero e, sempre più spesso, perfino fuori dall’Europa.
Si tratta, in moltissimi casi, di persone molto capaci, titolate, ricche di idee e di esperienze. Persone che potrebbero fornire le soluzioni per ELIMINARE UNA VOLTA PER SEMPRE quell’insopportabile (e finto) bisogno italico vivere per forza da sudditi di uno o più dittatori da operetta.
E invece, queste persone valide sono relegate a giocare ruoli marginali o, addirittura, messe nell’impossibilità di giocare qualsiasi ruolo, anche di infimo ordine.

Siamo certi che sia questo il modo per migliorare le cose?

Eppure ancora oggi, quando qualcosa sembra finalmente agitarsi dalle profondità dello stagno, c’è qualcuno che continua a pensare di poter escludere queste generazioni.
Qualcuno che forse non è stato informato che la vita di ognuno (compresa la sua!) ha un ciclo che prima o poi è destinato a concludersi.

Sarebbe davvero assurdo che i nostri “vecchi”, che hanno fatto e dato tanto quando erano trentenni e quarantenni, oggi non abbiano il coraggio, la forza ma soprattutto il BUONSENSO di liberare certi ruoli che occupano da trenta, quaranta o anche più anni.
Qualcuno, a suo tempo, si è fatto da parte per offrire o cedere il posto a loro. Ma loro no! Non hanno la stessa disposizione d’animo, la stessa fiducia e lo stesso entusiasmo verso le nuove generazioni. Probabilmente sono convinti di essere immortali oppure pensano che il mondo debba “finire” con loro. Per cui non si sono curati e non si curano di trasmettere niente a nessuno.
L’unica cosa che sembra interessargli è cooptare, di tanto in tanto, qualche giovane (trentenne o quarantenne, magari dalla faccia pulita, magari con una bella laurea in mano, magari di buona famiglia), per sbatterlo sulla “facciata dei loro interessi”, in modo che alla maggioranza sembri che ci sia stato un rinnovamento. Ovviamente, non c’è niente di più fasullo e ridicolo.

Forse è arrivato il momento che qualcuno spieghi a questa gente che l’immortalità non è cosa umana e che è piuttosto improbabile che la fine del mondo sia imminente.
Il mondo va avanti comunque. E così pure l’Italia.
Per cui, tanto vale lavorare seriamente per spingere in avanti la nostra comunità nel migliore dei modi!
Il nostro Paese ha bisogno di idee nuove, di competenze più elevate, di esperienze diverse. Non ha bisogno di continuare a ripetere il modello che lo ha portato alla rovina.
Quando capiremo questo, saremo di nuovo membri di una comunità attiva, vivace, propositiva e sicuramente meno depressa di oggi.

Ma perché ciò avvenga, ci vuole il coraggio di cambiare.
Ci vuole la volontà e la determinazione di includere quelle generazioni che negli ultimi vent’anni sono state escluse, dimenticate e “saltate”. Generazioni che, con i loro cervelli e le loro braccia, possono consentirci di fare un autentico e deciso salto di qualità.
L’Italia si salva solo se trova il coraggio di riprendersi (e, quindi, di ridarsi) le sue intelligenze e le sue competenze che, spesso a causa di scadenti giochi di retrobottega, sono state allontanate e ignorate per troppi anni.
E questo può succedere solo se la maggioranza dei cittadini lo capisce.
Solo se la maggioranza dei cittadini smette di seguire come un gregge cieco e sordo il dittatore da operetta “di turno”, il mezz’uomo di turno, la mezza tacca di turno, la mezza sega di turno.
Solo se smette di trasformare queste mezze figure in sacerdoti da adorare fino alla morte.
Solo se fa tutto questo subito, ADESSO!
E, comunque, prima che sia troppo tardi.

venerdì 23 maggio 2014

La principessa (capovolta) che amava i film horror - e altre storie di principesse

Gioite e giubilate, principesse e principini di tutto il globo terracqueo!
Il libro è uscito, c’è, esiste, persiste, consiste e insiste.
Si è manifestato, alfine, in tutta la sua “cartaceità” nelle librerie e nelle fumetterie italiane.
E per di più, non pago, preme disperatamente per varcare i confini della penisola.

Anche se ormai non me la ricordo più tanto bene, proverò a raccontare la storia di questo volume.

Ho conosciuto Alessio De Santa nel luglio del 2009. Insieme a qualche amico comune, siamo andati a Lucca. All’epoca abitavo ancora a Milano.
Due fumettisti che vanno a Lucca nel mese di luglio, fanno un po’ la figura di due bagnanti che vanno a Cesenatico a fine gennaio. Anche se, lo ammetto, da un sardo come me ci si poteva aspettare di più come “esempio di località marittima”.
Vabbè, facciamo che quei due non vanno a Cesenatico. Vanno a Piscinas. Chi non sa dov’è Piscinas, si cerchi subito una scusa qualunque ed esca da questo blog, perché la cosa equivale grossomodo a non sapere l’Atto di dolore.
Dicevo che siamo andati a Lucca.
Sì, ma a vedere il concerto della Dave Matthews Band. Quattro ore di filata, senza un attimo di respiro. Una roba stratosferica. Bellissimo.
E dopo, giù i bestemmioni dei ristoratori e dei camerieri lucchesi, quando tutto il pubblico (pagante) si è riversato nei locali in cerca di cibo e vino, al termine di quell’infinita e meravigliosa jam session. Sì, bestemmioni. Perché l’una di notte era trascorsa da un pezzo e quelli se ne volevano andare a letto. Invece gli toccava ricominciare a lavorare in orario di chiusura.

Ci siamo divertiti, in quel mini tour lucchese.
E ci siamo, appunto conosciuti.

Sceneggiatura Tavola 3 - Storia 5
L’anno dopo (2010), Alessio mi coinvolge in una sua idea.
Vuole fare un libro a fumetti che parla di principesse. Qualcosa di non canonico. Qualcosa che stravolga le normali direttrici della fiaba. Qualcosa che si posizioni di traverso, tra il fumetto e la narrativa.
Ha già dei soggetti brevi, o meglio, delle bozze di soggetto. Mi chiede di leggerli.
Li leggo e cominciamo a lavorarci.
Metto mano a quei soggetti e cerco di dargli una struttura più compiuta, perché, appunto, sono appena abbozzati. Ma sono abbozzati bene.
Ale comincia ad avere paura di me, perché io sono metodico e strutturo il mio lavoro con eccesso di puntiglio. È il mio modo di entrare in un progetto. Lo devo conoscere e respirare in pieno. Lo devo quasi radiografare. Anche se poi, in seguito, avrò bisogno di destrutturarlo.
Ale invece no. È più disordinato di me nella fase di approccio e, quindi, soffre il mio metodo.
Scoprirò solo dopo, quanto anche lui sia pignolo e maniacale in fase di confezione del lavoro. Perfino più di me (con le inevitabili discussioni che accompagnano queste benedette/maledette diversità tra noi esseri umani).

Impostazione griglia Tavola 3 - Storia 5
Dopo un po’ di lavoro, ci ritroviamo con sette soggetti, di cui due ispirati (liberamente) a storie già esistenti. Facciamo un po’ di conti e decidiamo che ci manca ancora un soggetto.
Lo scrivo io e lo intitolo La principessa capovolta.
Prepariamo un progetto vagamente editoriale per il nostro libro. Ale fa un po’ di disegni per cercare di individuare lo stile che potrebbe adottare (il volume, in questa fase, è ancora su una dimensione molto ipotetica e iperuranica).
Già dai primi schizzi si intuisce la potenza comunicativa di Alessio: una bomba!
Io butto giù alcune tavole di sceneggiatura tratte da un paio di soggetti. Lui ne disegna due o tre.
La brava Alida Ruggeri fa qualche colorazione di prova.
E intanto è già tempo di tornare a Lucca, stavolta nella stagione appropriata per due fumettisti (seppur scalcagnati) come noi.
A ottobre 2010 portiamo il nostro book nella meravigliosa città toscana. Il titolo della proposta vagamente editoriale è La principessa che amava i film horror (e altre storie di principesse).

Alessio ha preferito questo titolo (tratto da una delle otto storie del progetto), rispetto a quello proposto da me, cioè proprio quel La principessa capovolta che avevo scelto come titolo del mio soggetto, l’ultimo degli otto, quello della storia che avrebbe chiuso il libro.
Matite Tavola 3 - Storia 5
Mi piaceva La principessa capovolta perché parlava di tutto il libro, anche delle altre sette storie scaturite dai “pre soggetti” di Alessio e che io avevo fatto miei, ammaliato come sempre dalle narrazioni un po’ “storte”, folli e surreali. Un po’ ironiche, umoristiche e sarcastiche.
Mi piaceva La principessa capovolta perché io e Ale stavamo capovolgendo le fiabe, la loro struttura classica, i loro personaggi, i loro luoghi comuni.
Prendevamo tutto questo e lo mettevamo in relazione con le dinamiche relazionali e psicologiche della realtà, cioè molto più plausibili rispetto a quelle in cui, di solito, si muovono gli “attori” di una fiaba.
Era tutto finto, ma anche tutto vero. Ed era questo capovolgimento che avrei voluto sottolineare.
Secondo me funzionava alla grande.
Ma l’idea originaria del progetto era di Alessio e mi sembrava brutto insistere. Per cui lui scelse il titolo di un’altra delle otto storie, presumo quello che gli piaceva di più e che gli suonava meglio in testa, anche in vista di una (molto improbabile, a quell’epoca) pubblicazione.

Colore Tavola 3 - Storia 5
Arriviamo con il nostro book all’incontro con gli editori, a cui ci siamo iscritti durante le nostre evoluzioni lucchesi, tra padiglioni multicolori, autori, cataste di carta imbrattata di vignette e cosplayer.
Massimiliano Clemente di Tunué - Editori dell'immaginario ha ritenuto opportuno vederci e sentirci, dopo aver notato il nostro book tra i tanti in lista d’attesa.
Incontriamo Massimiliano. Lui è di poche parole. Ci studia mentre sfoglia il book. Dice che questo va bene, che quello va sistemato. Secondo lui quello è un libro per ragazzi, molto di più di quanto io e Alessio (qui in perfetto accordo) vorremmo. Ci dice, con una naturalezza disarmante, che gli andrebbe bene per la collana Tipitondi. E, vedendo che né io ne Alessio sappiamo di cosa sta parlando, ci invita con il massimo garbo, a fare un salto allo stand Tunué per dare un’occhiata “dal vivo” ai primi titoli di quella collana.
Io e Alessio ci congediamo e lasciamo Massimiliano al suo lavoro.
Tanti altri fumettisti con tanti altri book sotto braccio sono in fila.

- Ma ci ha preso, secondo te?
- Boh! A me sembra di sì, ma non è che l’ho capito bene…

Tavola 3 - Storia 5 completa di lettering
Quasi “a nostra insaputa”, da quel momento siamo autori Tunué.
Per questioni di lavoro, Alida non può più proseguire e, a quel punto, “appare” Elena Grigoli.
Elena è una disegnatrice e colorista che però ama anche scrivere. Quando entra nello “staff delle principesse”, io l’ho appena conosciuta "via mail". Il mio amico Luca Usai, complice della mia crescita fumettistica come io della sua, a causa dei suoi impegni in Disney per Topolino e altre testate non riesce più a tenere il passo nella realizzazione delle storie del nostro personaggio Super Pro. E così passa la palla a Elena.
Io, che non la conosco personalmente, imparo subito ad apprezzarne la gentilezza, la delicatezza, ma anche la eccezionale arguzia che, insieme alla conoscenza del “mezzo”, ne fa una professionista formidabile. E poi lei “fa” i pupazzi… li costruisce con le sue mani. È davvero un portento! L’unica cosa che mi secca è che fino a oggi (maggio 2014) non l’ho ancora incontrata “di persona”, eppure sono quattro anni che ci lavoro.
Cercheremo di rimediare a Lucca (ancora una volta Lucca!) nel prossimo autunno.

E comunque…

La principessa capovolta
e il suo principe di Pancetta
Torno da Lucca Comics 2010 in Sardegna (ho lasciato Milano proprio all’inizio di quel 2010, per riapprodare nella mia bella isola), e comincio a sceneggiare il libro.
È un lavoro lungo, anche se sono “solo” otto storie di 12 pagine ciascuna.
È lungo perché tra una storia e l’altra ci passa tanto tempo.
È lungo perché io e Alessio abbiamo una serie di differenze “esteriori” che potrebbero scatenare, se lasciate andare libere, vere e proprie guerre mondiali. Nel nostro caso, per fortuna, si limitano a discussioni interminabili su Skype. Lui da Milano, io da Cagliari.
Ma scopriamo di avere anche delle sorprendenti tangenze interiori. Sono quelle che poi salvano tutto, impediscono lo scatenarsi delle guerre e, soprattutto, ci permettono di produrre dei fumetti che tutto sommato hanno il loro perché (almeno così ci sembra).
Io sceneggio. Discutiamo. Cambiamo una battuta, una gag. Modifichiamo la dinamica narrativa di una tavola. Ritocchiamo il finale di una storia.
Insomma, da questo punto di vista non facciamo niente di diverso rispetto a un “normale” sceneggiatore e a un “normale” disegnatore di fumetti che lavorano insieme.

Quando la sceneggiatura ci sembra finita, io stesso traccio a mano le griglie delle tavole e gliele mando.
Ale fa le matite. Di nuovo le discutiamo insieme e se c’è da fare qualche modifica, la si fa.
Poi lui le prepara per Elena. E spetta proprio a Elena dare vita alle nostre principesse, con i suoi colori.

Nelle storie di principesse
prima o poi c'è sempre un drago...
Il libro contiene una quantità infinita di rimandi, citazioni, riferimenti, allusioni… a cose di tutti i tipi… letteratura, musica, vita di tutti i giorni. Alessio è un vulcano in eruzione e vorrebbe citare tutti i film, tutti i romanzi, tutte le poesie e tutti i saggi della storia dell’umanità. Ma anch’io a volte non scherzo. Ci metto perfino alcune piccole cose che solo un sardo può cogliere, perché fanno parte del suo patrimonio linguistico e culturale. Ma comunque quelle stesse cose, anche se non “coglibili” da un non sardo, restano sensate e comprensibili per chiunque!

Poi, tra una storia e l’altra, c’è quella che abbiamo chiamato “vicenda di collegamento”. Una storiella fatta di gag che intervallano le otto storie principali, con micro vicende “senza parole”.
La “vicenda di collegamento” conta 18 tavole in tutto. Per realizzarle abbiamo seguito un processo diverso dal grosso del libro: da un mio spunto iniziale, Alessio ha proposto alcune situazioni specifiche che abbiamo soltanto discusso a voce. Lui poi le ha disegnate direttamente sul foglio, senza basarsi su una sceneggiatura scritta.

Il libro è di Alessio, perché l’idea di base è sua. L’individuazione della maggior parte dei territori narrativi da cui attingere è sua. I disegni, così freschi, efficaci e “potenti” sono suoi.
È mio, perché quel modo di raccontare in sceneggiatura e di costruire le situazioni appartiene a me. È mio, perché certi argomenti e certi meccanismi fanno parte da sempre dei miei interessi di narratore.
È di Elena perché senza la sua visione del colore, questo sarebbe completamente e assolutamente un altro libro. E io non voglio affatto che sia un altro libro!

Mi sono divertito a scrivere queste storie.
A volte mi sono stancato.
È capitato perfino che mi venisse qualche dubbio sul fatto che prima o poi saremmo davvero riusciti a portare a termine il lavoro.
E invece eccoci qui, quattro anni dopo aver cominciato.
Il libro è bello (come direbbe Antonio Razzi).
E non lo dico per vantare me o i miei compagni di avventura.
È bello perché chiunque lo apra non può fare a meno di sorridere, anche prima di leggerne una sola pagina.
È così per i grandi e per i bambini.

E questo mi basta.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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lunedì 17 marzo 2014

Chi è Truman? E qual è lo show?

È perfettamente inutile che tutti noi riconosciamo (con diversi gradi di convinzione e consapevolezza) che i reality show non sono reali.
Così come è perfettamente inutile essere davvero consapevoli che in tutte le trasmissioni TV (anche quelle che NON sono reality) non accade mai niente che non sia già stato previsto, sceneggiato e approvato dalle redazioni e, soprattutto, dagli sponsor (commerciali o politici fa lo stesso).

Vi ricordate il film The Truman Show?
Quello uscito nel 1998.
Quello diretto da Peter Weir.
Quello scritto da Andrew Niccol.
Quello interpretato da Jim Carrey, nel ruolo di Truman.

The Truman Show non era sicuramente il primo racconto ad affrontare certe tematiche e, forse, nemmeno il più "nobile".
Altri autori, nella letteratura, nel fumetto e nel cinema ci erano arrivati prima.
Ma Truman resta ancora oggi un mirabile esempio per tutti, proprio perché la sua storia era confezionata come un "prodotto di intrattenimento per la massa".
E la massa, che pure lo ha visto e in molti casi adorato, non ha comunque capito niente.

Non ha capito che non basta sapere che tutte le trasmissioni TV sono finte, preparate, sceneggiate, costruite.
Non ha capito che i "veri Truman" non sono quelli che albergano dentro la TV, nei programmi che (la stessa massa) continua passivamente a consumare, come dosi sempre più consistenti di una droga il cui nome potrebbe essere benissimo ANTISOCIALINA DISSOCIATIVA.

Non ha capito che i "veri Truman" sono quelli di fronte allo schermo.
E quei "veri Truman" coincidono (guarda un po!) con tutti i singoli pseudo individui che formano proprio la massa.
Una massa di dissociati antisociali.
Ex persone che, con l'illusione di essere consapevoli della vera natura delle trasmissioni che guardano, sono in realtà le inconsapevoli e grottesche protagoniste dell'unico "vero show": quello della vita fasulla che mettono in scena ogni giorno, spinte dall'insensata compulsione ad alimentare le vacue meschinità di questo (nostro?) mondo e di questo (nostro?) tempo.
Uno show che, travestito da carrozzone ipertecnologico moderno e avanguardistico, ha ridotto il mondo e i suoi abitanti a un grumo informe di ignoranza autocompiaciuta e autoreferenziale. A una cloaca di estetismi surreali e patologici. A un immondezzaio di prevaricazione cieca e sorda. All'ignobile vergogna di un mercato avido e insaziabile, in cui tutto si può vendere e tutto si può comprare. A una putrida fossa comune che ci risucchia ogni giorno di più in un Medioevo mentale contagioso, degenerativo e irreversibile.

lunedì 3 febbraio 2014

Al cinema... John e Jack non so! (22)


The full stronzy
(UK-Rep. di S. Marino, 2009)

a cura di Brando Marlon 

Dopo cinque anni dalla sua (per la verità, non troppo fortunata) uscita, torna nelle sale il capolavoro assoluto dell’italianissimo Lello Mastraquaresima, regista, sceneggiatore, produttore, attore, stuntman, fotografo, cameraman, montatore, scenografo, costumista, parrucchiere, stilista, maestro d’armi, musicista, ingegnere del suono, ingegnere aerospaziale, ingegnere informatico, Professore Emerito di Lingue Antiche all’Università di Boston, Segretario privato del Presidente dell’ONU, Console Onorario in Danimarca, Amministratore Delegato di 158 società quotate in Borsa, Consigliere Particolare della NASA e dei Servizi Segreti paraguaiani, Rettore Ombra delle Università di Sidney, Brasilia e Pechino, Console della Cirenaica, Proconsole della Gallia Citeriore, Imperatore della Siberia nord orientale, pilota di Shuttle e bidello dell’INPS (per citare solo una minima parte dei suoi tanti incarichi/lavori/specializzazioni).

Toni Mastravenerdìsanto è un abile arrampicatore sociale che, grazie agli strumenti messigli a disposizione dalla sua famiglia (inserita alla perfezione nei circuiti politico/mafioso, economico/mafioso, fiscale/mafioso e imprenditoriale/mafioso dello Stato/mafioso), comincia fin da piccolo ad assommare sulla sua persona una serie di incarichi.
Alle elementari diventa subito capoclasse e anche vice capoclasse, cosa che gli permette di essere presente anche quando è assente, e quindi di sostituire se stesso quando non c’è.
Alle medie assume i ruoli di capitano di tutte le squadre sportive (rappresentative) della scuola: calcio, pallacanestro, pallavolo, tennis, pallanuoto, rugby, e bob. Il tutto, con la regolare esenzione dalle lezioni di Educazione Fisica, senza mai praticare e/o aver mai praticato nessuno sport, e senza avere mai neppure visto in lontananza gli impianti sportivi della scuola (di cui ignora perfino l’ubicazione).
Alle superiori è rappresentante dei genitori (pur non avendo ancora avuto figli), rappresentante dei professori (pur essendo ancora studente) e rappresentante degli studenti nel consiglio d’istituto. Quando il preside solleva l’obiezione circa il palese conflitto di interessi che deriva dalla somma di quei tre incarichi, Toni mette in campo le sue conoscenze e fa radiare dal servizio lo stesso preside, prendendo ad interim anche il suo incarico.
Dall’università in avanti, la vita di Toni diventa un inarrestabile accumulo di incarichi (e quindi di stipendi, pensioni, emolumenti, rimborsi, gratuità, agevolazioni, scivoli, capriole ed equilibrismi che nemmeno al Circo Orfei…). Il ragazzo, ormai diventato uomo, a trent’anni si ritrova contemporaneamente presidente della Confindustria e dei Cobas, dando vita a esilaranti comizi e contro-comizi, interviste e contro-interviste, dichiarazioni e contro-dichiarazioni.
A quarant’anni è contemporaneamente presidente del PRCDP (Partito per il Ritorno del Comunismo Duro e Puro) e del PFNCMD (Partito Fasci-Nazista Clerico Monarchico Dittatoriale). Non sazio, incassa anche le cariche di Papa, Rabbino Capo, Dalai Lama, Amministratore Delegato di Scientology per il sud est asiatico e Generale in capo dell’esercito di Al Quaeda.
Svolge anche attività manageriali nelle principali organizzazioni occulte per la promozione del satanismo nel mondo e riesce ad aprire una Università Cattolico-Satanista in Vaticano, con i fondi destinati alla ricerca sulle malattie rare.
A cinquantasei anni, le sue cariche e contro-cariche sono diventate così tante e incongruenti che non passa giorno che, sui telegiornali, Toni venga intervistato, contro-intervistato e costretto a rilasciare dichiarazioni sempre più pesanti e devastanti contro se stesso.
La vita politica del Paese, per anni è letteralmente dominata da questa figura che ormai somma su di sé la maggior parte delle cariche disponibili a tutti i livelli. La cosa va avanti fino a un favoloso contradditorio “a uno” in prima serata su Porta a Porta, a reti Rai e Mediaset unificate (nel frattempo, infatti, il patron di Mediaset è schiattato e Toni è diventato anche presidente dei due poli televisivi più grandi d’Italia). Toni presenta il programma e dibatte contro se stesso in uno straordinario crescendo che lo porta a venire alle mani e a strozzarsi. Il suo cadavere è esaminato da Anton Mastrasabatosanto, il commissario di polizia di fiducia di tutte le cariche e contro-cariche rappresentate in vita da Toni. Ma per il commissario è impossibile scoprire CHI ha ucciso CHI.
Il Papa è stato ucciso dal satanista o viceversa?… Il politico è stato ucciso dal mafioso o viceversa?… Il capoclasse delle elementari è stato ucciso dal suo secondo o viceversa?
Alla fine, il commissario Anton Mastrasabatosanto capisce che la vera cosa importante non è risolvere questo caso. È inutile stare lì a farla tanto lunga, con Toni sono morti tutti.
E, dato che l'attore che ha interpretato tutti i personaggi del film è sempre lo stesso (anche il ruolo del commissario è infatti interpretato da Lello Mastraquaresima), l'unica soluzione è prendere il suo posto. Tanto la gente, ormai assuefatta e completamente rincoglionita, non si metterà neppure il problema di quello che è successo. Anzi, come sempre, nemmeno si accorgerà che è successo qualcosa.

domenica 2 febbraio 2014

Non mi piace quello che vedo, e cerco di capirlo...


Riflessioni domenicali su una situazione che mi piace sempre meno, quella del mondo in cui vivo. Quella che vedo intorno a me. Quella delle persone e dei personaggi che in questo mondo agiscono, fanno e subiscono cose.
Naturalmente scrivo quello che mi salta in mente e me ne frega sempre meno di fare i conti con la lunghezza dei post.


Bugie, bugie e ancora bugie.
Viviamo in mezzo alle bugie. Dentro le bugie. Comunichiamo e ci relazioniamo nelle bugie. Ogni giorno consumiamo e produciamo una quantità incalcolabile di bugie.
Siamo pieni di bugie.
Cose non vere.
Cose vuote, senza sostanza, senza valore, senza coraggio, senza idee, senza dignità.
Cose preconfezionate.
Cose pensate da qualcuno che ce le deve vendere o che ce le regala per ottenere qualcosa in cambio da noi… voti, sesso, lavoro, accessi in un sito web…
E anche quando le “facciamo in casa”, ci preoccupiamo che le nostre bugie somiglino sempre più a quelle preconfezionate che ormai sono le uniche che riusciamo ad accettare e a riconoscere.
Bugie standard.
Bugie targhetizzate per fascia d’età, genere, condizione sociale, in modo che tutti si illudano di essere stati loro a sceglierle in base ai loro gusti.
Cose meramente estetiche, “di facciata”, che servono solo ad allontanarci dal senso del mondo, dal senso della vita, dal senso delle cose e dal senso di noi stessi.
Imbrogli. Truffe. Falsificazioni. Mistificazioni.
Ce le raccontiamo con convinzione. Ce le scambiamo come le figurine mancanti di un album dei calciatori. Andiamo in crisi di astinenza se, dopo alcuni minuti, non ne assumiamo di nuove e non le condividiamo con altri, magari sul profilo facebook.
Respiriamo un’aria satura di immagini distorte. E non sono nemmeno immagini della realtà, ma di altre immagini distorte.
Ma questo è diventato il nostro pane quotidiano e, ormai, non siamo più nemmeno sicuri che siano davvero bugie. Siamo talmente assuefatti a questo sistema di cose, che ci siamo convinti che il mondo e le persone siano davvero come li vediamo adesso, come ce li raccontano alla TV o come ci appaiono dai/nei social network.

I finti guerrieri di eserciti inesistenti e i loro capi.
Siamo lontani dal mondo e da noi stessi come MAI l’umanità è stata prima d’ora.
Ci affidiamo a un’idea, a un credo, a una fazione, senza nemmeno prendere informazioni su chi ha “costruito” la causa che noi abbiamo deciso di sposare, su chi ha deciso la guerra che noi stiamo andando a combattere, su chi ha preparato la pozione che ci accingiamo a bere. Non solo. Non sappiamo e non vogliamo sapere nemmeno il perché.
Ci basta questo assurdo e devastante senso di appartenenza a qualcuno o a qualcosa in modo cieco, sordo e acritico. Solo per indossare una casacca. Solo per sentirsi parte di qualcosa. Solo per avere una partita da giocare. Solo per avere la sicurezza che dall’altra parte della barricata ci sia un nemico da combattere. Salvo poi scoprire, quando però è troppo tardi, che la barricata in realtà è solo uno specchio e che dall’altra parte c’è solo la nostra immagine riflessa.
“Matrix” è dentro e fuori di noi. Siamo cadaveri viventi. Bozzoli in stato di coma controllato da buffoni di 70, 80 e 90 anni ricchi sfondati che ci hanno comandato (e non governato) per oltre vent’anni, facendo regredire a livelli inverosimili le nostre capacità critiche, la nostra sete di conoscenza, il nostro consumo e la nostra produzione di cultura, il nostro bisogno biologico di identità. Mascalzoni, ladri, truffatori, delinquenti, mafiosi, faccendieri, magnaccia e puttanieri che hanno cucito un mondo finto, fasullo, bugiardo tutto intorno a noi. Ce lo hanno cucito di fronte ai nostri occhi, giorno per giorno, in oltre vent’anni. E noi li abbiamo lasciati fare, perdendo definitivamente la nostra identità, la nostra capacità di scegliere e di spazzarli via, schiacciandoli come ragni velenosi. Cioè come quelli che erano e che sono.
Ma ormai è tardi. Troppo tardi.
La loro tela (e le loro “Tele”, pubbliche o private fa lo stesso) ci hanno stretto in una morsa da cui è impossibile liberarci.
Ci hanno ridotti a larve dipendenti da loro e dalle loro falsità.
Ci succhiano il sangue per continuare a trarre la loro forza e, contemporaneamente, continuare a mantenerci deboli. E intanto continuano a derubarci sotto i nostri stessi occhi. A riempirci la testa di fandonie. A imboccarci col cucchiaino massicce dosi di distorsione della realtà.

Nessuna cultura, nessuna memoria, nessun futuro.
Siamo automi privi di umanità.
Ragioniamo e ci esprimiamo in termini di “numero massimo di battute”, come se fossimo perennemente su un social network, anche quando discorriamo tra noi durante una pausa caffè. Non siamo più capaci di orientarci in una discussione articolata. Crediamo di non avere tempo per noi stessi, per pensare, riflettere, approfondire, conoscere, discutere, dibattere, studiare, ricercare. Ma abbiamo tempo da buttare per spettegolare, curiosare a vuoto sulle cose più effimere e inutili delle vite degli altri, intrattenere rapporti virtuali con gente che non conosciamo e non conosceremo mai.
Semplifichiamo sempre più il nostro linguaggio. Eliminiamo parole dal vocabolario. Diamo significati di comodo alle parole che ci rimangono. Non leggiamo più, a parte le infinite volgarità che troviamo nella rete. E dalla rete prendiamo solo il peggio.
Non conosciamo il nostro passato. Non vogliamo più avere un passato. In moltissimi già non ce l’hanno più. Chi di noi ce lo aveva, lo ha rimosso o fa di tutto per rimuoverlo e rinnegarlo. Fuggiamo dalle nostre radici come dalla peste. E costruiamo senza fondamenta le case per i nostri figli e per le generazioni future. Anzi, i porci al potere ci hanno insegnato a soddisfare ogni nostro appetito con tutto ciò che dovrebbe costituire il nutrimento, la base e le fondamenta delle generazioni future. E stiamo consumando tutto questo prezioso cibo, rovinando irrimediabilmente la vita a chi verrà subito dopo di noi. Questa forma di cannibalismo preventivo sui nascituri (che poi altri non sarebbero se non i nostri figli, il sangue del nostro sangue, se ancora il sangue ce lo avessimo) è la fine del mondo. La fine dell’uomo.

Le nostre colpe e le colpe di coloro a cui ci affidiamo.
E siamo tutti colpevoli. Colpevoli di aver fatto o di non aver fatto. Di aver lasciato fare. Di aver voltato la faccia. O di aver fatto finta di niente.
Colpevoli di non aver detto la nostra. Di non avercela neppure avuta una “nostra da dire”. Di aver scelto o di non aver scelto, senza capire chi, cosa e perché.
Colpevoli di non mandare al diavolo chi ci ha portati fino a questo punto.
E, non lo dico certo per qualunquismo, tutti hanno lavorato per condurci fin qui.
Le “Destre” ingorde e truffatrici; devastatrici di ambiente, cultura e valori umani; creatrici di illusioni vuote e di trappole morali; allergiche al rispetto dell’uomo, della donna, del lavoro e della dignità; idolatri della comunicazione distorta come forma di accalappiamento delle masse.
I “Centri” amorfi e cerebrolesi; vetusti e mummificati; privi di idee e di carattere; facili alle collusioni e alle complicità; banderuole senza palle e senza bussola; dispensatori di nulla e di modelli aprioristici spesso inutili, quando non mortalmente dannosi.
Le “Sinistre” morte e devastate da cancrene interne in lotta tra loro per divorare quei pezzetti di speranza (ormai vana) che ancora resta; inclini anch’esse alle collusioni, alle tangenze sporche e losche e alle ruberie di bassa lega; incapaci di riconoscere e di difendere l’umanità del cittadino.
I “Grilli” che cantano sul web, predicando talvolta anche bene, ma razzolando a vanvera senza arte né parte; casinisti confusionari e arruffoni; creatori di illusioni virtuali e virtualistiche che nascondono agli occhi del popolo (anche quando non vogliono) ogni eventuale via d’uscita.
Tutti incapaci di partorire un vero leader.
Una figura, quella del leader, che non si è MAI vista in questi ultimi venticinque anni. Li chiamano e li hanno chiamati leader, ma al massimo sono e sono stati capi (capibanda, capipopolo), manager, generali, colonnelli, squali, sciacalli, prevaricatori, corruttori, mafiosi, fantocci creati da un ufficio marketing bene organizzato.
I leader sono ben altra cosa. Sono di ben altra pasta. Sono lontani anni luce da queste pessime figure caricaturali e deprimenti che ricordano solo vagamente, nei loro aspetti decadenti e falsificati, quello che poteva essere (una volta) un essere umano che godeva della fiducia e della stima dei suoi simili.
Immagini distorte di una realtà che non c’è più e che, per chi oggi è ancora molto giovane o per chi nascerà domani, non ci potrà mai essere.

La responsabilità di decidere un futuro.
Dov’è e dove sarà il futuro?
Per conto mio, ogni giorno mi convinco sempre più che il futuro non è nel web.
Il web è solo uno strumento. Non è la realtà. Non è la vita. È un dannatissimo strumento nelle mani di chi lo usa. E non possiamo permettere che sia lui a usare noi, come invece lasciamo che succeda con i nostri bambini e i nostri ragazzi. Che razza di uomini stiamo diventando? Dove diamine è finito il nostro senso della responsabilità?
Il futuro dell’uomo, che lo si voglia riconoscere o meno, è (e sarà) sempre nell’uomo.
Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare per smantellare tutte le strutture fasulle che ci sono state costruite intorno in questi ultimi venticinque anni.
È da lì che bisogna cominciare per fare piazza pulita di questi maiali che ci hanno comandato (e non governato), imponendoci di stare male e di vivere in una condizione di crisi continua e degenerativa.
Perché, fino a prova contraria, nessuno di loro è riuscito ad avere un’idea o a compiere un atto concreto che abbia davvero migliorato qualcosa a qualcuno. Anche di poco.
E non parlo di migliorare le condizioni pensionistiche dei pluri pensionati d’oro. E nemmeno di migliorare le possibilità di farla franca per chi esporta illegalmente capitali all’estero.
E sì che basterebbe rimboccarsi le maniche e riprendere contatto pian pianino con la propria consapevolezza. Un lavoro lungo, ma diluibile nel tempo, come una cura da fare a piccole dosi ogni giorno. Una cura che spazzi via per sempre tutte le bugie, le falsificazioni e le distorsioni che ci circondano, e che ci restituisca il nostro mondo, la nostra vita e il nostro futuro.
Una cura che ci porti, appunto, a riappropriarci ciascuno della consapevolezza di sé.

sabato 1 febbraio 2014

La parola a Mr. Job (15)

Meritocrazia

Vi ricordate di me?
Forse no, ormai è passato troppo tempo dal mio ultimo post e i blog sono diventati inutili almeno quanto i miei discorsi.
Comunque io sono Mr. Job e ogni tanto mi permetto di postare qualche riflessione in questo blog, l’unico spazio web che mi abbia mai dato (e che ancora mi dia) asilo.
So cosa state pensando… “Se questa è l’unica pagina web su cui riesci a farti ospitare, allora non è che sei messo granché bene,  Mr. Job!”. Naturalmente avete ragione a pensarla così, ma lasciate che vi dica che anche voi non siete messi proprio benissimo.
In ogni caso, se volete rinfrescarvi la memoria sugli argomenti dei miei piccoli sproloqui, non avete che da cliccare QUI e leggervi i post precedenti.
Tra le varie lettere che, nonostante tutto, continuo a ricevere, oggi pubblico quella di un tale che si firma Signor Ciompo e che scrive da Trani:

Egregio Mr. Job, da anni ormai si fa tanto parlare di merito e di meritocrazia. Ma come me lo spiega che proprio gli “illustri” personaggi che avrebbero il potere (o il compito, o il dovere...) di introdurre il sistema del merito nella politica, nell’economia e, più in generale, nel mondo del lavoro, sono i primi ad alimentare i soliti meccanismi clientelari, sempre più basati sul fare andare avanti figli, fratelli, nipoti, parentado vario e assortito… oppure amici, amici degli amici, “tangentari”, “malavitari” e stronzi incompetenti nonché spesso deficienti, idioti e cerebrolesi di ogni sorta?
Mi sono rotto i coglioni di mandare il mio curriculum vitae formato europeo (lungo 9 pagine) a destra e a manca, per poi vedere che “quel” posto viene assegnato a un tizio che non può nemmeno avere un curriculum formato “sticazzi”, perché la sua condizione di semianalfabetismo gli permette a malapena di leggere i titoli de La Gazzetta dello Sport, capendone sì e no il 2 per cento. Mi rode il culo vedere che tutti i sistemi di assegnazione di posti di lavoro, cariche, appalti e quant’altro continuano allegramente a non considerare titoli, esami, esperienza, professionalità, capacità e qualità. Non è ammissibile che in questa Italia certe persone che potrebbero al massimo pulire i cessi prendano milionate di Euro per fare i “se stessi” (cioè i mentecatti) in TV o in qualche importante consiglio di amministrazione.
Per quale oscura ragione, secondo lei, i super manager che fanno fallire le grandi aziende vengono premiati con milioni di Euro di buonuscita e poi ricollocati in qualche altra grande azienda che ancora non è fallita per il semplice motivo che loro non ci avevano ancora messo le mani?
È possibile che siamo un popolo così lontano dal buonsenso? Così restio a mandare a cagare gli accozzati e gli accozzatori? Così refrattario a capire che SOLO chi ha le competenze e le qualità per fare un certo lavoro deve essere messo a fare quel lavoro? È possibile che l’unico modo per avere successo in Italia con un progetto o, più in generale, con un’idea, sia quello di andare all’estero, sviluppare quell’idea e poi portarla in Italia solo quando il politico, l’imprenditore o il potente di turno se ne accorge e decide di farsi bello (e possibilmente ricco) con un successo che è già… “successo”?
Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ora mi dia una riposta lei, caro Mr. Job, perché io francamente, dopo aver impiegato gli ultimi 25 anni ad arrabattarmi in mille lavori, in mille domande, in mille colloqui, in mille proposte e in mille discussioni sull’argomento, ho esaurito le risorse, la pazienza e la capacità di capire.

Caro Signor Ciompo da Trani, che le devo dire? Ha detto tutto lei... anzi, guardi... facciamo così: lei mi mandi il suo indirizzo mail e io le invio subito un biglietto di sola andata per l'Australia.
Ma, mi raccomando... se vuole davvero meritarsi quel biglietto, non si azzardi mai più a tornare in Italia!