se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

venerdì 23 maggio 2014

La principessa (capovolta) che amava i film horror - e altre storie di principesse

Gioite e giubilate, principesse e principini di tutto il globo terracqueo!
Il libro è uscito, c’è, esiste, persiste, consiste e insiste.
Si è manifestato, alfine, in tutta la sua “cartaceità” nelle librerie e nelle fumetterie italiane.
E per di più, non pago, preme disperatamente per varcare i confini della penisola.

Anche se ormai non me la ricordo più tanto bene, proverò a raccontare la storia di questo volume.

Ho conosciuto Alessio De Santa nel luglio del 2009. Insieme a qualche amico comune, siamo andati a Lucca. All’epoca abitavo ancora a Milano.
Due fumettisti che vanno a Lucca nel mese di luglio, fanno un po’ la figura di due bagnanti che vanno a Cesenatico a fine gennaio. Anche se, lo ammetto, da un sardo come me ci si poteva aspettare di più come “esempio di località marittima”.
Vabbè, facciamo che quei due non vanno a Cesenatico. Vanno a Piscinas. Chi non sa dov’è Piscinas, si cerchi subito una scusa qualunque ed esca da questo blog, perché la cosa equivale grossomodo a non sapere l’Atto di dolore.
Dicevo che siamo andati a Lucca.
Sì, ma a vedere il concerto della Dave Matthews Band. Quattro ore di filata, senza un attimo di respiro. Una roba stratosferica. Bellissimo.
E dopo, giù i bestemmioni dei ristoratori e dei camerieri lucchesi, quando tutto il pubblico (pagante) si è riversato nei locali in cerca di cibo e vino, al termine di quell’infinita e meravigliosa jam session. Sì, bestemmioni. Perché l’una di notte era trascorsa da un pezzo e quelli se ne volevano andare a letto. Invece gli toccava ricominciare a lavorare in orario di chiusura.

Ci siamo divertiti, in quel mini tour lucchese.
E ci siamo, appunto conosciuti.

Sceneggiatura Tavola 3 - Storia 5
L’anno dopo (2010), Alessio mi coinvolge in una sua idea.
Vuole fare un libro a fumetti che parla di principesse. Qualcosa di non canonico. Qualcosa che stravolga le normali direttrici della fiaba. Qualcosa che si posizioni di traverso, tra il fumetto e la narrativa.
Ha già dei soggetti brevi, o meglio, delle bozze di soggetto. Mi chiede di leggerli.
Li leggo e cominciamo a lavorarci.
Metto mano a quei soggetti e cerco di dargli una struttura più compiuta, perché, appunto, sono appena abbozzati. Ma sono abbozzati bene.
Ale comincia ad avere paura di me, perché io sono metodico e strutturo il mio lavoro con eccesso di puntiglio. È il mio modo di entrare in un progetto. Lo devo conoscere e respirare in pieno. Lo devo quasi radiografare. Anche se poi, in seguito, avrò bisogno di destrutturarlo.
Ale invece no. È più disordinato di me nella fase di approccio e, quindi, soffre il mio metodo.
Scoprirò solo dopo, quanto anche lui sia pignolo e maniacale in fase di confezione del lavoro. Perfino più di me (con le inevitabili discussioni che accompagnano queste benedette/maledette diversità tra noi esseri umani).

Impostazione griglia Tavola 3 - Storia 5
Dopo un po’ di lavoro, ci ritroviamo con sette soggetti, di cui due ispirati (liberamente) a storie già esistenti. Facciamo un po’ di conti e decidiamo che ci manca ancora un soggetto.
Lo scrivo io e lo intitolo La principessa capovolta.
Prepariamo un progetto vagamente editoriale per il nostro libro. Ale fa un po’ di disegni per cercare di individuare lo stile che potrebbe adottare (il volume, in questa fase, è ancora su una dimensione molto ipotetica e iperuranica).
Già dai primi schizzi si intuisce la potenza comunicativa di Alessio: una bomba!
Io butto giù alcune tavole di sceneggiatura tratte da un paio di soggetti. Lui ne disegna due o tre.
La brava Alida Ruggeri fa qualche colorazione di prova.
E intanto è già tempo di tornare a Lucca, stavolta nella stagione appropriata per due fumettisti (seppur scalcagnati) come noi.
A ottobre 2010 portiamo il nostro book nella meravigliosa città toscana. Il titolo della proposta vagamente editoriale è La principessa che amava i film horror (e altre storie di principesse).

Alessio ha preferito questo titolo (tratto da una delle otto storie del progetto), rispetto a quello proposto da me, cioè proprio quel La principessa capovolta che avevo scelto come titolo del mio soggetto, l’ultimo degli otto, quello della storia che avrebbe chiuso il libro.
Matite Tavola 3 - Storia 5
Mi piaceva La principessa capovolta perché parlava di tutto il libro, anche delle altre sette storie scaturite dai “pre soggetti” di Alessio e che io avevo fatto miei, ammaliato come sempre dalle narrazioni un po’ “storte”, folli e surreali. Un po’ ironiche, umoristiche e sarcastiche.
Mi piaceva La principessa capovolta perché io e Ale stavamo capovolgendo le fiabe, la loro struttura classica, i loro personaggi, i loro luoghi comuni.
Prendevamo tutto questo e lo mettevamo in relazione con le dinamiche relazionali e psicologiche della realtà, cioè molto più plausibili rispetto a quelle in cui, di solito, si muovono gli “attori” di una fiaba.
Era tutto finto, ma anche tutto vero. Ed era questo capovolgimento che avrei voluto sottolineare.
Secondo me funzionava alla grande.
Ma l’idea originaria del progetto era di Alessio e mi sembrava brutto insistere. Per cui lui scelse il titolo di un’altra delle otto storie, presumo quello che gli piaceva di più e che gli suonava meglio in testa, anche in vista di una (molto improbabile, a quell’epoca) pubblicazione.

Colore Tavola 3 - Storia 5
Arriviamo con il nostro book all’incontro con gli editori, a cui ci siamo iscritti durante le nostre evoluzioni lucchesi, tra padiglioni multicolori, autori, cataste di carta imbrattata di vignette e cosplayer.
Massimiliano Clemente di Tunué - Editori dell'immaginario ha ritenuto opportuno vederci e sentirci, dopo aver notato il nostro book tra i tanti in lista d’attesa.
Incontriamo Massimiliano. Lui è di poche parole. Ci studia mentre sfoglia il book. Dice che questo va bene, che quello va sistemato. Secondo lui quello è un libro per ragazzi, molto di più di quanto io e Alessio (qui in perfetto accordo) vorremmo. Ci dice, con una naturalezza disarmante, che gli andrebbe bene per la collana Tipitondi. E, vedendo che né io ne Alessio sappiamo di cosa sta parlando, ci invita con il massimo garbo, a fare un salto allo stand Tunué per dare un’occhiata “dal vivo” ai primi titoli di quella collana.
Io e Alessio ci congediamo e lasciamo Massimiliano al suo lavoro.
Tanti altri fumettisti con tanti altri book sotto braccio sono in fila.

- Ma ci ha preso, secondo te?
- Boh! A me sembra di sì, ma non è che l’ho capito bene…

Tavola 3 - Storia 5 completa di lettering
Quasi “a nostra insaputa”, da quel momento siamo autori Tunué.
Per questioni di lavoro, Alida non può più proseguire e, a quel punto, “appare” Elena Grigoli.
Elena è una disegnatrice e colorista che però ama anche scrivere. Quando entra nello “staff delle principesse”, io l’ho appena conosciuta "via mail". Il mio amico Luca Usai, complice della mia crescita fumettistica come io della sua, a causa dei suoi impegni in Disney per Topolino e altre testate non riesce più a tenere il passo nella realizzazione delle storie del nostro personaggio Super Pro. E così passa la palla a Elena.
Io, che non la conosco personalmente, imparo subito ad apprezzarne la gentilezza, la delicatezza, ma anche la eccezionale arguzia che, insieme alla conoscenza del “mezzo”, ne fa una professionista formidabile. E poi lei “fa” i pupazzi… li costruisce con le sue mani. È davvero un portento! L’unica cosa che mi secca è che fino a oggi (maggio 2014) non l’ho ancora incontrata “di persona”, eppure sono quattro anni che ci lavoro.
Cercheremo di rimediare a Lucca (ancora una volta Lucca!) nel prossimo autunno.

E comunque…

La principessa capovolta
e il suo principe di Pancetta
Torno da Lucca Comics 2010 in Sardegna (ho lasciato Milano proprio all’inizio di quel 2010, per riapprodare nella mia bella isola), e comincio a sceneggiare il libro.
È un lavoro lungo, anche se sono “solo” otto storie di 12 pagine ciascuna.
È lungo perché tra una storia e l’altra ci passa tanto tempo.
È lungo perché io e Alessio abbiamo una serie di differenze “esteriori” che potrebbero scatenare, se lasciate andare libere, vere e proprie guerre mondiali. Nel nostro caso, per fortuna, si limitano a discussioni interminabili su Skype. Lui da Milano, io da Cagliari.
Ma scopriamo di avere anche delle sorprendenti tangenze interiori. Sono quelle che poi salvano tutto, impediscono lo scatenarsi delle guerre e, soprattutto, ci permettono di produrre dei fumetti che tutto sommato hanno il loro perché (almeno così ci sembra).
Io sceneggio. Discutiamo. Cambiamo una battuta, una gag. Modifichiamo la dinamica narrativa di una tavola. Ritocchiamo il finale di una storia.
Insomma, da questo punto di vista non facciamo niente di diverso rispetto a un “normale” sceneggiatore e a un “normale” disegnatore di fumetti che lavorano insieme.

Quando la sceneggiatura ci sembra finita, io stesso traccio a mano le griglie delle tavole e gliele mando.
Ale fa le matite. Di nuovo le discutiamo insieme e se c’è da fare qualche modifica, la si fa.
Poi lui le prepara per Elena. E spetta proprio a Elena dare vita alle nostre principesse, con i suoi colori.

Nelle storie di principesse
prima o poi c'è sempre un drago...
Il libro contiene una quantità infinita di rimandi, citazioni, riferimenti, allusioni… a cose di tutti i tipi… letteratura, musica, vita di tutti i giorni. Alessio è un vulcano in eruzione e vorrebbe citare tutti i film, tutti i romanzi, tutte le poesie e tutti i saggi della storia dell’umanità. Ma anch’io a volte non scherzo. Ci metto perfino alcune piccole cose che solo un sardo può cogliere, perché fanno parte del suo patrimonio linguistico e culturale. Ma comunque quelle stesse cose, anche se non “coglibili” da un non sardo, restano sensate e comprensibili per chiunque!

Poi, tra una storia e l’altra, c’è quella che abbiamo chiamato “vicenda di collegamento”. Una storiella fatta di gag che intervallano le otto storie principali, con micro vicende “senza parole”.
La “vicenda di collegamento” conta 18 tavole in tutto. Per realizzarle abbiamo seguito un processo diverso dal grosso del libro: da un mio spunto iniziale, Alessio ha proposto alcune situazioni specifiche che abbiamo soltanto discusso a voce. Lui poi le ha disegnate direttamente sul foglio, senza basarsi su una sceneggiatura scritta.

Il libro è di Alessio, perché l’idea di base è sua. L’individuazione della maggior parte dei territori narrativi da cui attingere è sua. I disegni, così freschi, efficaci e “potenti” sono suoi.
È mio, perché quel modo di raccontare in sceneggiatura e di costruire le situazioni appartiene a me. È mio, perché certi argomenti e certi meccanismi fanno parte da sempre dei miei interessi di narratore.
È di Elena perché senza la sua visione del colore, questo sarebbe completamente e assolutamente un altro libro. E io non voglio affatto che sia un altro libro!

Mi sono divertito a scrivere queste storie.
A volte mi sono stancato.
È capitato perfino che mi venisse qualche dubbio sul fatto che prima o poi saremmo davvero riusciti a portare a termine il lavoro.
E invece eccoci qui, quattro anni dopo aver cominciato.
Il libro è bello (come direbbe Antonio Razzi).
E non lo dico per vantare me o i miei compagni di avventura.
È bello perché chiunque lo apra non può fare a meno di sorridere, anche prima di leggerne una sola pagina.
È così per i grandi e per i bambini.

E questo mi basta.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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lunedì 17 marzo 2014

Chi è Truman? E qual è lo show?

È perfettamente inutile che tutti noi riconosciamo (con diversi gradi di convinzione e consapevolezza) che i reality show non sono reali.
Così come è perfettamente inutile essere davvero consapevoli che in tutte le trasmissioni TV (anche quelle che NON sono reality) non accade mai niente che non sia già stato previsto, sceneggiato e approvato dalle redazioni e, soprattutto, dagli sponsor (commerciali o politici fa lo stesso).

Vi ricordate il film The Truman Show?
Quello uscito nel 1998.
Quello diretto da Peter Weir.
Quello scritto da Andrew Niccol.
Quello interpretato da Jim Carrey, nel ruolo di Truman.

The Truman Show non era sicuramente il primo racconto ad affrontare certe tematiche e, forse, nemmeno il più "nobile".
Altri autori, nella letteratura, nel fumetto e nel cinema ci erano arrivati prima.
Ma Truman resta ancora oggi un mirabile esempio per tutti, proprio perché la sua storia era confezionata come un "prodotto di intrattenimento per la massa".
E la massa, che pure lo ha visto e in molti casi adorato, non ha comunque capito niente.

Non ha capito che non basta sapere che tutte le trasmissioni TV sono finte, preparate, sceneggiate, costruite.
Non ha capito che i "veri Truman" non sono quelli che albergano dentro la TV, nei programmi che (la stessa massa) continua passivamente a consumare, come dosi sempre più consistenti di una droga il cui nome potrebbe essere benissimo ANTISOCIALINA DISSOCIATIVA.

Non ha capito che i "veri Truman" sono quelli di fronte allo schermo.
E quei "veri Truman" coincidono (guarda un po!) con tutti i singoli pseudo individui che formano proprio la massa.
Una massa di dissociati antisociali.
Ex persone che, con l'illusione di essere consapevoli della vera natura delle trasmissioni che guardano, sono in realtà le inconsapevoli e grottesche protagoniste dell'unico "vero show": quello della vita fasulla che mettono in scena ogni giorno, spinte dall'insensata compulsione ad alimentare le vacue meschinità di questo (nostro?) mondo e di questo (nostro?) tempo.
Uno show che, travestito da carrozzone ipertecnologico moderno e avanguardistico, ha ridotto il mondo e i suoi abitanti a un grumo informe di ignoranza autocompiaciuta e autoreferenziale. A una cloaca di estetismi surreali e patologici. A un immondezzaio di prevaricazione cieca e sorda. All'ignobile vergogna di un mercato avido e insaziabile, in cui tutto si può vendere e tutto si può comprare. A una putrida fossa comune che ci risucchia ogni giorno di più in un Medioevo mentale contagioso, degenerativo e irreversibile.

lunedì 3 febbraio 2014

Al cinema... John e Jack non so! (22)


The full stronzy
(UK-Rep. di S. Marino, 2009)

a cura di Brando Marlon 

Dopo cinque anni dalla sua (per la verità, non troppo fortunata) uscita, torna nelle sale il capolavoro assoluto dell’italianissimo Lello Mastraquaresima, regista, sceneggiatore, produttore, attore, stuntman, fotografo, cameraman, montatore, scenografo, costumista, parrucchiere, stilista, maestro d’armi, musicista, ingegnere del suono, ingegnere aerospaziale, ingegnere informatico, Professore Emerito di Lingue Antiche all’Università di Boston, Segretario privato del Presidente dell’ONU, Console Onorario in Danimarca, Amministratore Delegato di 158 società quotate in Borsa, Consigliere Particolare della NASA e dei Servizi Segreti paraguaiani, Rettore Ombra delle Università di Sidney, Brasilia e Pechino, Console della Cirenaica, Proconsole della Gallia Citeriore, Imperatore della Siberia nord orientale, pilota di Shuttle e bidello dell’INPS (per citare solo una minima parte dei suoi tanti incarichi/lavori/specializzazioni).

Toni Mastravenerdìsanto è un abile arrampicatore sociale che, grazie agli strumenti messigli a disposizione dalla sua famiglia (inserita alla perfezione nei circuiti politico/mafioso, economico/mafioso, fiscale/mafioso e imprenditoriale/mafioso dello Stato/mafioso), comincia fin da piccolo ad assommare sulla sua persona una serie di incarichi.
Alle elementari diventa subito capoclasse e anche vice capoclasse, cosa che gli permette di essere presente anche quando è assente, e quindi di sostituire se stesso quando non c’è.
Alle medie assume i ruoli di capitano di tutte le squadre sportive (rappresentative) della scuola: calcio, pallacanestro, pallavolo, tennis, pallanuoto, rugby, e bob. Il tutto, con la regolare esenzione dalle lezioni di Educazione Fisica, senza mai praticare e/o aver mai praticato nessuno sport, e senza avere mai neppure visto in lontananza gli impianti sportivi della scuola (di cui ignora perfino l’ubicazione).
Alle superiori è rappresentante dei genitori (pur non avendo ancora avuto figli), rappresentante dei professori (pur essendo ancora studente) e rappresentante degli studenti nel consiglio d’istituto. Quando il preside solleva l’obiezione circa il palese conflitto di interessi che deriva dalla somma di quei tre incarichi, Toni mette in campo le sue conoscenze e fa radiare dal servizio lo stesso preside, prendendo ad interim anche il suo incarico.
Dall’università in avanti, la vita di Toni diventa un inarrestabile accumulo di incarichi (e quindi di stipendi, pensioni, emolumenti, rimborsi, gratuità, agevolazioni, scivoli, capriole ed equilibrismi che nemmeno al Circo Orfei…). Il ragazzo, ormai diventato uomo, a trent’anni si ritrova contemporaneamente presidente della Confindustria e dei Cobas, dando vita a esilaranti comizi e contro-comizi, interviste e contro-interviste, dichiarazioni e contro-dichiarazioni.
A quarant’anni è contemporaneamente presidente del PRCDP (Partito per il Ritorno del Comunismo Duro e Puro) e del PFNCMD (Partito Fasci-Nazista Clerico Monarchico Dittatoriale). Non sazio, incassa anche le cariche di Papa, Rabbino Capo, Dalai Lama, Amministratore Delegato di Scientology per il sud est asiatico e Generale in capo dell’esercito di Al Quaeda.
Svolge anche attività manageriali nelle principali organizzazioni occulte per la promozione del satanismo nel mondo e riesce ad aprire una Università Cattolico-Satanista in Vaticano, con i fondi destinati alla ricerca sulle malattie rare.
A cinquantasei anni, le sue cariche e contro-cariche sono diventate così tante e incongruenti che non passa giorno che, sui telegiornali, Toni venga intervistato, contro-intervistato e costretto a rilasciare dichiarazioni sempre più pesanti e devastanti contro se stesso.
La vita politica del Paese, per anni è letteralmente dominata da questa figura che ormai somma su di sé la maggior parte delle cariche disponibili a tutti i livelli. La cosa va avanti fino a un favoloso contradditorio “a uno” in prima serata su Porta a Porta, a reti Rai e Mediaset unificate (nel frattempo, infatti, il patron di Mediaset è schiattato e Toni è diventato anche presidente dei due poli televisivi più grandi d’Italia). Toni presenta il programma e dibatte contro se stesso in uno straordinario crescendo che lo porta a venire alle mani e a strozzarsi. Il suo cadavere è esaminato da Anton Mastrasabatosanto, il commissario di polizia di fiducia di tutte le cariche e contro-cariche rappresentate in vita da Toni. Ma per il commissario è impossibile scoprire CHI ha ucciso CHI.
Il Papa è stato ucciso dal satanista o viceversa?… Il politico è stato ucciso dal mafioso o viceversa?… Il capoclasse delle elementari è stato ucciso dal suo secondo o viceversa?
Alla fine, il commissario Anton Mastrasabatosanto capisce che la vera cosa importante non è risolvere questo caso. È inutile stare lì a farla tanto lunga, con Toni sono morti tutti.
E, dato che l'attore che ha interpretato tutti i personaggi del film è sempre lo stesso (anche il ruolo del commissario è infatti interpretato da Lello Mastraquaresima), l'unica soluzione è prendere il suo posto. Tanto la gente, ormai assuefatta e completamente rincoglionita, non si metterà neppure il problema di quello che è successo. Anzi, come sempre, nemmeno si accorgerà che è successo qualcosa.

domenica 2 febbraio 2014

Non mi piace quello che vedo, e cerco di capirlo...


Riflessioni domenicali su una situazione che mi piace sempre meno, quella del mondo in cui vivo. Quella che vedo intorno a me. Quella delle persone e dei personaggi che in questo mondo agiscono, fanno e subiscono cose.
Naturalmente scrivo quello che mi salta in mente e me ne frega sempre meno di fare i conti con la lunghezza dei post.


Bugie, bugie e ancora bugie.
Viviamo in mezzo alle bugie. Dentro le bugie. Comunichiamo e ci relazioniamo nelle bugie. Ogni giorno consumiamo e produciamo una quantità incalcolabile di bugie.
Siamo pieni di bugie.
Cose non vere.
Cose vuote, senza sostanza, senza valore, senza coraggio, senza idee, senza dignità.
Cose preconfezionate.
Cose pensate da qualcuno che ce le deve vendere o che ce le regala per ottenere qualcosa in cambio da noi… voti, sesso, lavoro, accessi in un sito web…
E anche quando le “facciamo in casa”, ci preoccupiamo che le nostre bugie somiglino sempre più a quelle preconfezionate che ormai sono le uniche che riusciamo ad accettare e a riconoscere.
Bugie standard.
Bugie targhetizzate per fascia d’età, genere, condizione sociale, in modo che tutti si illudano di essere stati loro a sceglierle in base ai loro gusti.
Cose meramente estetiche, “di facciata”, che servono solo ad allontanarci dal senso del mondo, dal senso della vita, dal senso delle cose e dal senso di noi stessi.
Imbrogli. Truffe. Falsificazioni. Mistificazioni.
Ce le raccontiamo con convinzione. Ce le scambiamo come le figurine mancanti di un album dei calciatori. Andiamo in crisi di astinenza se, dopo alcuni minuti, non ne assumiamo di nuove e non le condividiamo con altri, magari sul profilo facebook.
Respiriamo un’aria satura di immagini distorte. E non sono nemmeno immagini della realtà, ma di altre immagini distorte.
Ma questo è diventato il nostro pane quotidiano e, ormai, non siamo più nemmeno sicuri che siano davvero bugie. Siamo talmente assuefatti a questo sistema di cose, che ci siamo convinti che il mondo e le persone siano davvero come li vediamo adesso, come ce li raccontano alla TV o come ci appaiono dai/nei social network.

I finti guerrieri di eserciti inesistenti e i loro capi.
Siamo lontani dal mondo e da noi stessi come MAI l’umanità è stata prima d’ora.
Ci affidiamo a un’idea, a un credo, a una fazione, senza nemmeno prendere informazioni su chi ha “costruito” la causa che noi abbiamo deciso di sposare, su chi ha deciso la guerra che noi stiamo andando a combattere, su chi ha preparato la pozione che ci accingiamo a bere. Non solo. Non sappiamo e non vogliamo sapere nemmeno il perché.
Ci basta questo assurdo e devastante senso di appartenenza a qualcuno o a qualcosa in modo cieco, sordo e acritico. Solo per indossare una casacca. Solo per sentirsi parte di qualcosa. Solo per avere una partita da giocare. Solo per avere la sicurezza che dall’altra parte della barricata ci sia un nemico da combattere. Salvo poi scoprire, quando però è troppo tardi, che la barricata in realtà è solo uno specchio e che dall’altra parte c’è solo la nostra immagine riflessa.
“Matrix” è dentro e fuori di noi. Siamo cadaveri viventi. Bozzoli in stato di coma controllato da buffoni di 70, 80 e 90 anni ricchi sfondati che ci hanno comandato (e non governato) per oltre vent’anni, facendo regredire a livelli inverosimili le nostre capacità critiche, la nostra sete di conoscenza, il nostro consumo e la nostra produzione di cultura, il nostro bisogno biologico di identità. Mascalzoni, ladri, truffatori, delinquenti, mafiosi, faccendieri, magnaccia e puttanieri che hanno cucito un mondo finto, fasullo, bugiardo tutto intorno a noi. Ce lo hanno cucito di fronte ai nostri occhi, giorno per giorno, in oltre vent’anni. E noi li abbiamo lasciati fare, perdendo definitivamente la nostra identità, la nostra capacità di scegliere e di spazzarli via, schiacciandoli come ragni velenosi. Cioè come quelli che erano e che sono.
Ma ormai è tardi. Troppo tardi.
La loro tela (e le loro “Tele”, pubbliche o private fa lo stesso) ci hanno stretto in una morsa da cui è impossibile liberarci.
Ci hanno ridotti a larve dipendenti da loro e dalle loro falsità.
Ci succhiano il sangue per continuare a trarre la loro forza e, contemporaneamente, continuare a mantenerci deboli. E intanto continuano a derubarci sotto i nostri stessi occhi. A riempirci la testa di fandonie. A imboccarci col cucchiaino massicce dosi di distorsione della realtà.

Nessuna cultura, nessuna memoria, nessun futuro.
Siamo automi privi di umanità.
Ragioniamo e ci esprimiamo in termini di “numero massimo di battute”, come se fossimo perennemente su un social network, anche quando discorriamo tra noi durante una pausa caffè. Non siamo più capaci di orientarci in una discussione articolata. Crediamo di non avere tempo per noi stessi, per pensare, riflettere, approfondire, conoscere, discutere, dibattere, studiare, ricercare. Ma abbiamo tempo da buttare per spettegolare, curiosare a vuoto sulle cose più effimere e inutili delle vite degli altri, intrattenere rapporti virtuali con gente che non conosciamo e non conosceremo mai.
Semplifichiamo sempre più il nostro linguaggio. Eliminiamo parole dal vocabolario. Diamo significati di comodo alle parole che ci rimangono. Non leggiamo più, a parte le infinite volgarità che troviamo nella rete. E dalla rete prendiamo solo il peggio.
Non conosciamo il nostro passato. Non vogliamo più avere un passato. In moltissimi già non ce l’hanno più. Chi di noi ce lo aveva, lo ha rimosso o fa di tutto per rimuoverlo e rinnegarlo. Fuggiamo dalle nostre radici come dalla peste. E costruiamo senza fondamenta le case per i nostri figli e per le generazioni future. Anzi, i porci al potere ci hanno insegnato a soddisfare ogni nostro appetito con tutto ciò che dovrebbe costituire il nutrimento, la base e le fondamenta delle generazioni future. E stiamo consumando tutto questo prezioso cibo, rovinando irrimediabilmente la vita a chi verrà subito dopo di noi. Questa forma di cannibalismo preventivo sui nascituri (che poi altri non sarebbero se non i nostri figli, il sangue del nostro sangue, se ancora il sangue ce lo avessimo) è la fine del mondo. La fine dell’uomo.

Le nostre colpe e le colpe di coloro a cui ci affidiamo.
E siamo tutti colpevoli. Colpevoli di aver fatto o di non aver fatto. Di aver lasciato fare. Di aver voltato la faccia. O di aver fatto finta di niente.
Colpevoli di non aver detto la nostra. Di non avercela neppure avuta una “nostra da dire”. Di aver scelto o di non aver scelto, senza capire chi, cosa e perché.
Colpevoli di non mandare al diavolo chi ci ha portati fino a questo punto.
E, non lo dico certo per qualunquismo, tutti hanno lavorato per condurci fin qui.
Le “Destre” ingorde e truffatrici; devastatrici di ambiente, cultura e valori umani; creatrici di illusioni vuote e di trappole morali; allergiche al rispetto dell’uomo, della donna, del lavoro e della dignità; idolatri della comunicazione distorta come forma di accalappiamento delle masse.
I “Centri” amorfi e cerebrolesi; vetusti e mummificati; privi di idee e di carattere; facili alle collusioni e alle complicità; banderuole senza palle e senza bussola; dispensatori di nulla e di modelli aprioristici spesso inutili, quando non mortalmente dannosi.
Le “Sinistre” morte e devastate da cancrene interne in lotta tra loro per divorare quei pezzetti di speranza (ormai vana) che ancora resta; inclini anch’esse alle collusioni, alle tangenze sporche e losche e alle ruberie di bassa lega; incapaci di riconoscere e di difendere l’umanità del cittadino.
I “Grilli” che cantano sul web, predicando talvolta anche bene, ma razzolando a vanvera senza arte né parte; casinisti confusionari e arruffoni; creatori di illusioni virtuali e virtualistiche che nascondono agli occhi del popolo (anche quando non vogliono) ogni eventuale via d’uscita.
Tutti incapaci di partorire un vero leader.
Una figura, quella del leader, che non si è MAI vista in questi ultimi venticinque anni. Li chiamano e li hanno chiamati leader, ma al massimo sono e sono stati capi (capibanda, capipopolo), manager, generali, colonnelli, squali, sciacalli, prevaricatori, corruttori, mafiosi, fantocci creati da un ufficio marketing bene organizzato.
I leader sono ben altra cosa. Sono di ben altra pasta. Sono lontani anni luce da queste pessime figure caricaturali e deprimenti che ricordano solo vagamente, nei loro aspetti decadenti e falsificati, quello che poteva essere (una volta) un essere umano che godeva della fiducia e della stima dei suoi simili.
Immagini distorte di una realtà che non c’è più e che, per chi oggi è ancora molto giovane o per chi nascerà domani, non ci potrà mai essere.

La responsabilità di decidere un futuro.
Dov’è e dove sarà il futuro?
Per conto mio, ogni giorno mi convinco sempre più che il futuro non è nel web.
Il web è solo uno strumento. Non è la realtà. Non è la vita. È un dannatissimo strumento nelle mani di chi lo usa. E non possiamo permettere che sia lui a usare noi, come invece lasciamo che succeda con i nostri bambini e i nostri ragazzi. Che razza di uomini stiamo diventando? Dove diamine è finito il nostro senso della responsabilità?
Il futuro dell’uomo, che lo si voglia riconoscere o meno, è (e sarà) sempre nell’uomo.
Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare per smantellare tutte le strutture fasulle che ci sono state costruite intorno in questi ultimi venticinque anni.
È da lì che bisogna cominciare per fare piazza pulita di questi maiali che ci hanno comandato (e non governato), imponendoci di stare male e di vivere in una condizione di crisi continua e degenerativa.
Perché, fino a prova contraria, nessuno di loro è riuscito ad avere un’idea o a compiere un atto concreto che abbia davvero migliorato qualcosa a qualcuno. Anche di poco.
E non parlo di migliorare le condizioni pensionistiche dei pluri pensionati d’oro. E nemmeno di migliorare le possibilità di farla franca per chi esporta illegalmente capitali all’estero.
E sì che basterebbe rimboccarsi le maniche e riprendere contatto pian pianino con la propria consapevolezza. Un lavoro lungo, ma diluibile nel tempo, come una cura da fare a piccole dosi ogni giorno. Una cura che spazzi via per sempre tutte le bugie, le falsificazioni e le distorsioni che ci circondano, e che ci restituisca il nostro mondo, la nostra vita e il nostro futuro.
Una cura che ci porti, appunto, a riappropriarci ciascuno della consapevolezza di sé.

sabato 1 febbraio 2014

La parola a Mr. Job (15)

Meritocrazia

Vi ricordate di me?
Forse no, ormai è passato troppo tempo dal mio ultimo post e i blog sono diventati inutili almeno quanto i miei discorsi.
Comunque io sono Mr. Job e ogni tanto mi permetto di postare qualche riflessione in questo blog, l’unico spazio web che mi abbia mai dato (e che ancora mi dia) asilo.
So cosa state pensando… “Se questa è l’unica pagina web su cui riesci a farti ospitare, allora non è che sei messo granché bene,  Mr. Job!”. Naturalmente avete ragione a pensarla così, ma lasciate che vi dica che anche voi non siete messi proprio benissimo.
In ogni caso, se volete rinfrescarvi la memoria sugli argomenti dei miei piccoli sproloqui, non avete che da cliccare QUI e leggervi i post precedenti.
Tra le varie lettere che, nonostante tutto, continuo a ricevere, oggi pubblico quella di un tale che si firma Signor Ciompo e che scrive da Trani:

Egregio Mr. Job, da anni ormai si fa tanto parlare di merito e di meritocrazia. Ma come me lo spiega che proprio gli “illustri” personaggi che avrebbero il potere (o il compito, o il dovere...) di introdurre il sistema del merito nella politica, nell’economia e, più in generale, nel mondo del lavoro, sono i primi ad alimentare i soliti meccanismi clientelari, sempre più basati sul fare andare avanti figli, fratelli, nipoti, parentado vario e assortito… oppure amici, amici degli amici, “tangentari”, “malavitari” e stronzi incompetenti nonché spesso deficienti, idioti e cerebrolesi di ogni sorta?
Mi sono rotto i coglioni di mandare il mio curriculum vitae formato europeo (lungo 9 pagine) a destra e a manca, per poi vedere che “quel” posto viene assegnato a un tizio che non può nemmeno avere un curriculum formato “sticazzi”, perché la sua condizione di semianalfabetismo gli permette a malapena di leggere i titoli de La Gazzetta dello Sport, capendone sì e no il 2 per cento. Mi rode il culo vedere che tutti i sistemi di assegnazione di posti di lavoro, cariche, appalti e quant’altro continuano allegramente a non considerare titoli, esami, esperienza, professionalità, capacità e qualità. Non è ammissibile che in questa Italia certe persone che potrebbero al massimo pulire i cessi prendano milionate di Euro per fare i “se stessi” (cioè i mentecatti) in TV o in qualche importante consiglio di amministrazione.
Per quale oscura ragione, secondo lei, i super manager che fanno fallire le grandi aziende vengono premiati con milioni di Euro di buonuscita e poi ricollocati in qualche altra grande azienda che ancora non è fallita per il semplice motivo che loro non ci avevano ancora messo le mani?
È possibile che siamo un popolo così lontano dal buonsenso? Così restio a mandare a cagare gli accozzati e gli accozzatori? Così refrattario a capire che SOLO chi ha le competenze e le qualità per fare un certo lavoro deve essere messo a fare quel lavoro? È possibile che l’unico modo per avere successo in Italia con un progetto o, più in generale, con un’idea, sia quello di andare all’estero, sviluppare quell’idea e poi portarla in Italia solo quando il politico, l’imprenditore o il potente di turno se ne accorge e decide di farsi bello (e possibilmente ricco) con un successo che è già… “successo”?
Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ora mi dia una riposta lei, caro Mr. Job, perché io francamente, dopo aver impiegato gli ultimi 25 anni ad arrabattarmi in mille lavori, in mille domande, in mille colloqui, in mille proposte e in mille discussioni sull’argomento, ho esaurito le risorse, la pazienza e la capacità di capire.

Caro Signor Ciompo da Trani, che le devo dire? Ha detto tutto lei... anzi, guardi... facciamo così: lei mi mandi il suo indirizzo mail e io le invio subito un biglietto di sola andata per l'Australia.
Ma, mi raccomando... se vuole davvero meritarsi quel biglietto, non si azzardi mai più a tornare in Italia!

venerdì 31 gennaio 2014

Marcello e Sofia #10

Questa tavola di Marcello e Sofia è la n. 10 della serie, ed è uscita sul bimestrale Tempodì (Gaghi Editrice, Milano) nel numero di dicembre 2008.

Lo spunto è un classico natalizio. Una di quelle situazioni (talvolta poco piacevoli o addirittura imbarazzanti) che moltissime persone hanno provato sulla loro pelle. Non importa con quale "regalo"... infatti, eventualità di questo tipo possono verificarsi con un cesto, una sciarpa, un pigiama o un'infinità di altri "pensieri" di dubbia utilità (o decenza).

Sul numero di Tempodì in uscita a febbraio 2014, Marcello e Sofia saranno presenti con la loro tavola autoconclusiva n. 41.

Marcello e Sofia © Daniele Mocci & Luca Usai

giovedì 30 gennaio 2014

Se c'è una cosa che mi fa incazzare... (5)

Riflessioni in disordine a proposito di topi di fogna, sorci avidi e truffatori.

Non so perché, ma stamattina mi sono svegliato con le palle girate e con il bisogno e la voglia di sfogarmi qui sul blog, dopo quasi sei mesi che non scrivevo una riga.
Anzi, forse lo so.

C'erano una volta i blog...
Prima di cominciare dico subito che scriverò questo pezzo così come viene, per cui non me ne frega niente se diventerà troppo lungo per gli standard di un blog. Ammesso poi che questi standard esistano e siano applicabili anche a un blog privato, in cui uno dovrebbe poter scrivere quello che gli va, quando gli va di farlo.
Il fatto è che ormai da qualche anno, cioè dall’avvento di quelle ineffabili meraviglie della modernità interattiva come Facebook et similia, i blog sono stati relegati a pallosissime vestigia di archeologia "webica". E, quindi, un post appena più lungo di cinque righe, diventa illeggibile per convenzione, troppo lungo per definizione e logorroico di default.
Non importa cosa c’è scritto.
La gente non ha tempo.
La gente non ha voglia.
E tu non la puoi annoiare con le tue menate.

Meglio il ciarpame usa e getta, i post veloci, le frasi fatte e le immagini preconfezionate e standardizzate, che milioni di “utenti formato pecora” prendono e appiccicano qua e là, sui loro profili (e su quelli altrui) di Facebook. L’importante è stare nel “social network”, che, a chiamarlo così, sembrerebbe pure una roba figa… e invece per identificarlo bisognerebbe utilizzare terminologie ben più appropriate, anche se sicuramente meno convenienti.
Meglio illudersi di avere la propria finestra aperta su un mondo su cui si affacciano altri milioni di finestre aperte, e dire cose a “cazzo di cane”, tanto prima o poi qualcuno le prende per belle o addirittura per buone.
Meglio un bel “mi piace”.
Meglio far finta di essere amici di qualcuno che non conosceremo mai.
Meglio avere 5.000 di questi amici e vomitare fuffa a non finire, emanare sentenze e pontificare a vanvera nella propria paginetta.
Meglio far finta di essere fighi in un mondo di finti fighi, tutti sotto l’ala della grande chioccia facebookiana.
Meglio illudersi di essere creatori di aforismi indimenticabili e fare un figurone solo perché si è riusciti a copiare qualcosa di cui gli altri ignoravano l’esistenza.
Ma mi fermo e non mi metto neppure a pensare a quello che c’è sotto… all’utilizzo che viene fatto delle informazioni personali (o meno) che la gente butta sulla propria pagina con la convinzione che sia davvero roba di sua proprietà.

Il punto, infatti, non voleva essere Facebook. Questa era solo l’introduzione.
Ve l’avevo detto che non me ne fregava niente della lunghezza di questo post.

Stamattina...
Stamattina pensavo al mio lavoro.
Pensavo alla mia età.
Mettevo in relazione le due cose.
E i conti non tornano.

Non tornano perché il lavoro che faccio io ha sempre meno valore, in un mercato che non riesce più nemmeno a riconoscerlo. E/o che non vuole riconoscerlo.

Io non esisto.
Io, per lavorare e per mangiare, scrivo.
Scrivo sceneggiature di fumetti. Scrivo libri di narrativa per ragazzi (almeno finora). Scrivo testi per la pubblicità.
Ma per chi fa il mio mestiere è già difficile essere “identificati” dalla legge.
Sì, perché la legge prevede che certi tipi di scrittura, come quella per la pubblicità, siano da considerarsi attività commerciale a tutti gli effetti (fin qui ci posso arrivare senza problemi), con tutto quello che ciò comporta dal punto di vista fiscale. Per cui, vai con Partita IVA e con determinati tipi di imposizione fiscale/tassazione, eccetera.
Ma per altri tipi di scrittura, lo Stato prevede (o dovrebbe prevedere) il diritto d’autore, che segue (o dovrebbe seguire) tutto un altro regime, tutte altre imposte/tasse, tutta un’altra logica.

Poi però, alla fine dell’anno, c’è sempre il problema di far confluire queste entrate di tipo diverso nell’imbuto fiscale che ti calcola quanto devi pagare per avere osato lavorare: e talvolta c’è il rischio di mettere insieme queste due voci differenti (scrittura commerciale e scrittura con diritto d’autore).
Già perché il tuo lavoro vale talmente poco che sei comunque costretto a fare un po’ di tutto (nel mio caso fumetti, narrativa, pubblicità e magari anche svariate altre attività più o meno affini e “contigue”) per sbarcare il lunario. E spesso questo mucchio di roba finisce tutto nel medesimo tritacarne fiscale, con il rischio di pagare due volte (con meccanismi fiscali plurimi e sempre più contorti) le imposte per quello che hai fatto.
Spesso i commercialisti non sanno cosa fare. Non sanno cosa consigliare. Spesso non ci sono norme o regolamenti o disposizioni che aiutano a capire come comportarsi. La tua figura professionale, di fatto, non esiste. È una specie di Frankenstein formato da spizzichi e bocconi di tante figure diverse tra loro. E quindi ti devi arrabattare per cercare di farla rientrare in uno degli standard previsti dalla legge, con il rischio di essere addirittura “fuorilegge”, perché poi potrebbero scoprire che tu fai cose non previste dalla categoria alla quale hai dichiarato di appartenere.
Allora, cari geni del diritto del lavoro e del fisco, vi decidete a permettermi di avere una mia riconoscibilità professionale, fiscale e umana? Se lo faceste, ve ne sarei assai grato.
Il fatto è che non ve ne sbatte un cazzo di farlo.
Questo dà l’idea di quanto lo Stato italiano consideri chi fa questo lavoro.

La truffa dell'anticipo delle tasse.
In più, una volta che hai pagato le tasse svuotandoti completamente le tasche (a novembre 2013 sono andato a ZERO!!!), devi ovviamente pagare la TANGENTE allo Stato se vuoi lavorare (o tentare di farlo) anche nell’anno successivo, per cui… ecco la meravigliosa trovata del PAGAMENTO ANTICIPATO DI TUTTE LE TASSE PRESUNTE PER L’ANNO CHE DEVE ANCORA VENIRE (cioè quello che non hai ancora vissuto, quello in cui non hai ancora lavorato e quello in cui non hai, ovviamente, incassato nemmeno un centesimo, perché fa ancora parte del futuro!).
L’ANTICIPO DELLE TASSE PER L’ANNO SUCCESSIVO È UN LATROCINIO DI STATO, UNA TRUFFA LEGALIZZATA, UNA CAROGNATA COSÌ PALESEMENTE ANTICOSTITUZIONALE CHE NON C’È NEMMENO BISOGNO DI PORTARLA DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE PERCHÉ POSSA ESSERE RICONOSCIUTA TALE.
Ecco, ora venitemi pure a dire che sono un eversivo.
E intanto “quei” grand’uomini continuano a giocare a Risiko sulle nostre teste, facendo finta di cambiare le leggi elettorali, facendo finta di riformare gli enti inutili e facendo finta di razionalizzare le spese che servono a mantenere i loro stipendi principeschi, i loro privilegi nobiliari, le loro pensioni multiple, carpiate e rovesciate con triplo avvitamento all’indietro.
Risultato: io sono in ginocchio, ho 100 (cento) Euro nel mio conto e non so nemmeno come pagarmi la legna per la stufa (che sto accendendo solo dalle 8 alle 11 di sera per non morire di freddo la notte, insieme alla mia famiglia).
E intanto ogni giorno lavoro… non è che sto qui fermo, senza far niente!
Ma non ce la faccio più.
Non ce la faccio a tenere la testa fuori dall’acqua di questa palude maleodorante.
Non ce la faccio perché i lavori che svolgo sono sempre meno pagati.
Non ce la faccio perché molti committenti non pagano o ritardano i pagamenti per così tanto tempo che quando (e se) quei soldi arrivano, sono abbondantemente già spesi e, di fatto, non entrano mai nelle mie tasche.

Il diritto a farsi depredare dei propri diritti.
Non ce la faccio perché poi, nel frattempo, lo Stato (sì, ancora lui) permette a certi sorci figli di puttana vestiti in rassicurante giacca e cravatta, di appropriarsi della paternità di quello che io scrivo (e lo stesso vale per molti professionisti come me). E questa bella pratica toglie (anzi, non riconosce all’origine) i sacrosanti diritti d’autore teoricamente previsti dalla legge.
Questi luridi topi di fogna, che le strategie di marketing hanno fatto diventare addirittura “eroici esempi agli occhi dei bambini”, ti danno pochi spiccioli per impossessarsi di quello che scrivi e per rivenderselo (spacciandosi proditoriamente come autori), ristamparselo tutte le volte che gli conviene e infine tradurlo, esportarlo e venderlo in tutto il mondo.
Ratti avidi e truffaldini.
Anzi… dato che la parola “truffaldino” ha un non so che di “simpatico” nel suono, cambio e dico RATTI AVIDI e TRUFFATORI.
Volgari BANDITI e GRASSATORI che ti strappano i sogni per pochi spiccioli, per poi spacciarli per sogni da loro ideati e stampati in "prodotti da banco per le librerie" ad uso delle incaute masse. Prodotti editoriali che questi sciacalli (che campano a sbafo sulle tue idee) si ostinano con scelleratezza a chiamare impropriamente "libri", per la gioia di grandi e piccini.
E, a quel punto, non si fanno certo nessuno scrupolo a farci i soldi… quelli veri.
Ma il problema, come ho detto, non è solo di questi squallidi roditori da discarica. È anche, e soprattutto, di uno Stato complice e incompetente che glielo permette.
Uno Stato che, al lato pratico, lascia quelli che fanno il mio mestiere in una reale condizione di schiavitù.

La schiavitù è vietata dalla legge, ma evidentemente in Italia è prevista la libertà (per alcuni) di mettere (altri) in schiavitù.

Per questo, stamattina mi sono svegliato con le palle girate.
E forse anche per altro, ma ora mi è passata la voglia di continuare.

sabato 3 agosto 2013

GRAZIE, signor Tatano.

Stamattina mi ha chiamato un amico dal mio paese natale per informarmi che ieri notte è morto signor Tatano.


Il maestro Angelo "Tatano" Corrias

Ho conosciuto personalmente signor Tatano nel 1997, quando, insieme a Marcello, Andrea, Maurizio, Giorgio e Giorgio decidemmo di fondare un'associazione culturale che si occupasse di studiare, promuovere e fare fumetti.

L'Associazione Culturale Chine Vaganti è nata con due straordinari numi tutelari accanto. Uno era il geniale vignettista, illustratore e pittore Franco Putzolu, anche lui scomparso qualche tempo fa. L'altro era signor Angelo "Tatano" Corrias.

Signor Tatano, nato a San Gavino Monreale nel 1922, in paese era un mito. Specialmente per gli aspiranti fumettisti come noi.

Fumetti, fotografia e pittura sono le strade che ha percorso in quasi settant'anni di carriera.

Nella Cagliari del secondo dopoguerra, giovanissimo, conosce il disegnatore Aurelio Galleppini (Galep), che qualche anno dopo, in coppia con lo sceneggiatore Gian Luigi Bonelli, darà vita al più celebre eroe del fumetto italiano, Tex Willer. Sotto la guida di Galep, studia e si applica con una costanza tale che presto diventa assistente del suo maestro. Per Galep inchiostra numerose tavole di Tex e realizza le matite delle prime 32 pagine dell’albo n. 23, Piutes!

Il West è sempre stato uno dei soggetti preferiti di signor Tatano

Negli anni cinquanta si trasferisce a Torino, dove illustra romanzi d’avventura per diverse case editrici.
Poi arriva la grande occasione all’Agenzia Pubblicitaria Armando Testa. Qui, dopo un breve periodo da “semplice” illustratore, si scopre fotografo di grandissimo talento. Dal 1955 al 1976 presta il suo obiettivo a molti celebri annunci pubblicitari apparsi su tutti i periodici italiani (Lavazza, Peroni, Simmenthal, Lines, Robe di Kappa, ecc.).

Signor "Tatano", al centro nella foto, ai tempi dell'agenzia Armando Testa (Torino)

Nonostante il lavoro all’Agenzia Testa, di tanto in tanto negli anni torinesi continua a inchiostrare le matite del maestro e amico Galep, in qualche storia di Tex.
Smessi i panni del fotografo e tornato a San Gavino Monreale, continua a dipingere i suoi quadri, un’attività che non ha mai interrotto da quando aveva quindici anni.

Ma sul suo tavolo da disegno, a partire da quel fatidico 1997, ricompaiono nuove tavole a fumetti tra cui quelle di alcune brevi storie scritte da me per Macchie d'Inchiostro, la rivista dell'Associazione Culturale Chine Vaganti, con la quale il maestro instaura una proficua collaborazione, mettendo a disposizione di noi nuove leve la sua passione, le sue conoscenze e la sua immensa umanità.

Copertina di signor Tatano per Macchie d'Inchiostro n.1, gennaio 1999




Fin dai primi tempi della sua fondazione, l’Associazione Chine Vaganti gli dedica numerose iniziative editoriali ed espositive, tra cui l’imponente mostra itinerante Immagini – l’arte di Tatano Corrias, patrocinata dalla Comunità Montana del Monte Linas e rimasta “in giro” per i comuni del territorio per buona parte del 2004. 

Tra le altre opere a fumetti alle quali il maestro ha lavorato negli anni più recenti, ci sono il Western Ethan Cobb (su testi di Massimiliano Marongiu, Marcello Lasio e del sottoscritto, pubblicato in volume da Chine Vaganti nel 2003) e una personale riduzione a fumetti di Moby Dick, l'intramontabile capolavoro letterario di Herman Melville.

In un editoriale di qualche anno fa per una delle pubblicazioni della nostra associazione, scrissi
"Tatano” per noi è un punto di riferimento, sia per il suo illustre passato, sia per come ha sempre gestito la sua vita di creativo.
Mai un’autocelebrazione, mai una parola di troppo. E tanta ironia, gentilezza e disponibilità. Non solo maestro dunque, ma anche, e soprattutto, amico.

Credo che queste parole valgano per tutti coloro che hanno avuto a che fare con quest'uomo meraviglioso, gentile, schivo, ironico e dall'intelligenza acuta come il suo sguardo.

Una volta, nel 2004, al termine della grande mostra itinerante che la nostra associazione dedicò alla sua arte di pittore, fotogtrafo e disegnatore di fumetti, mi fece un regalo.
Con gli amici di Chine Vaganti, gli riportai a casa sua tutti i quadri, le fotografie, le tavole e i "disegni sparsi" che avevamo utilizzato per la mostra. Al termine delle operazioni di scarico, lui prese un quadro, me lo mise tra le mani e disse: Questo prendilo tu.
Non era un quadro. Era QUEL quadro.
Mi ero innamorato di quel disegno fin dal primo momento, quando ce lo diede per esporlo.
Durante le esposizioni facevo sempre in modo di passarci vicino, e rimanevo incantato a guardarlo. E tutte le volte che spostavamo la mostra da un comune al successivo (quella mostra andò in tour in otto comuni), la musica era sempre la stessa!
Lui lo sapeva e mi spiava in silenzio, con quella sua aria sorniona e serena.

Ecco... tra tutte le cose che mi ha detto, che abbiamo fatto insieme e che mi ha dato, scelgo questa per ricordarlo.

Qui sotto, posto una delle brevi storie a fumetti che ho avuto l'onore di scrivere per signor Tatano nei primi (e ormai lontani) anni di attività con l'Associazione Chine Vaganti.
Questa storia, intitolata La Rissa, risale all'inizio del 1998 e risente della mia inesperienza di allora. Ma, nonostante questo, signor Tatano la disegnò con incredibile estusiasmo.









Non ci sono parole per dire quanto mi dispiaccia che signor Tatano non ci sia più.
C'è solo un pensiero affettuoso per tutti i suoi familiari.

E c'è solo un GRAZIE infinito per essere esistito e per avere avuto la pazienza di dare retta a me e ai miei amici fumettari. A quella banda di sognatori che eravamo e che ancora siamo... anche per merito suo.

Grazie, signor Tatano.
Grazie, maestro.
Grazie, amico.

martedì 16 luglio 2013

Quando il super eroe è protagonista perché non interviene...

Oltre quattro mesi senza post.
Mi scuso con i due lettori che ancora visitano il blog (ormai a cadenza semestrale... sigh!).

La storia di Super Pro che posto oggi si intitola L'auto d'epoca ed è stata pubblicata (come sempre) sul bimestrale per ragazzi 44 Gatti (Gaghi Editrice, Milano), nel numero 2 del 2009.
I testi sono miei e i disegni sono di Luca Usai, vale a dire di colui che, insieme a me, ha ideato e sviluppato il personaggio di Super Pro oltre dieci anni fa.

L'auto d'epoca è il 42° episodio della serie.
Qui fa il suo esordio il signor Karl, un omone tedesco proprietario dello sfasciacarrozze di Grottasegreta, la città di Bebo, Ale e Tore (i tre bambini protagonisti della serie, insieme al super procione).
Alla fine del 2013, il signor Karl tornerà tra le pagine di 44 Gatti, in una nuova storia inedita di Super Pro.
Lo spunto di questo episodio è "essere protagonisti senza entrare in scena"... o, più precisamente, "essere protagonisti proprio per il fatto di non entrare in scena".
Super Pro non interviene e lascia che i tre bambini sbrighino da soli la difficoltà in cui si imbattono.
Il motivo ovviamente c'è e, tralasciando la valenza didattica (è pur sempre un fumetto rivolto ai bambini!), ci dimostra come talvolta l'eroe (e, in questo caso, il super eroe) diventa protagonista proprio per il fatto che non si manifesta o che non entra in azione.


Per chi non avesse nessuna idea di Super Pro e del suo mondo, rimando ai post con etichetta Super Pro presenti su questo blog, dove si possono reperire molte notizie sul personaggio e sulla serie. E dove si possono leggere anche alcune storie del super procione.
Un'ultima curiosità.
Nella tavola finale di questo episodio ci sono due sposi. Si stratta di due ragazzi giovani e spensierati che "c'entrano e non c'entrano" con la vicenda narrata. I loro nomi sono Giacomo e Silvia.
Ovviamente non sono "quei due" Giacomo e Silvia. Ma mi sembrava bello che alla fine, almeno in un fumetto, "quella storia" finisse con i fiori d'arancio.

Sì, perché se fosse finita così nella realtà, probabilmente l'Italia oggi avrebbe un grande poeta di meno.


Super Pro © Daniele Mocci e Luca Usai