se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

mercoledì 11 febbraio 2015

Parola di Zoff.

Dino Zoff, portiere, allenatore, presidente, figlio,
marito, padre, nonno e, soprattutto, uomo.
Piccola premessa.
Non scrivo questo post per fare una recensione del libro che Dino Zoff ha da poco pubblicato (Dura solo un attimo, la gloria - Mondadori, 2014).
Scrivo questo post perché da tempo sento il bisogno di scrivere sul mio blog, dopo tanti mesi che non ho aggiunto nemmeno una riga.
Qualche settimana fa ho cominciato a scrivere una roba su alcuni aspetti della vicenda di Charlie Hebdo, ma poi non l’ho conclusa.
Non era la cosa giusta per ricominciare.
Stavolta invece sono sicuro di avere l’argomento adatto. E chi avrà la pazienza di seguirmi, capirà il motivo. Ma vi avverto… non mi interessa se ne verrà fuori una roba lunga.
E bene che vi ribadisca che questo non è facebook (per fortuna o grazie a Dio).
Questo non è twitter o qualche altro social del cavolo.
Questo è il mio blog.
E i post che ci scrivo sono lunghi quanto mi pare e quanto basta.
Se non volete leggerli, non tirate fuori la scusa che sono troppo lunghi.
Troppo lunghi per chi?
Troppo lunghi per cosa?
Troppo lunghi per quale legge o norma o teoria?
Forse che Tolkien, quando ha scritto Il Signore degli Anelli, si è messo il problema di non farlo troppo lungo?
Fanculo ai social network e a come stanno semplificando e amputando il mondo, le persone, il linguaggio e i rapporti sociali. Fanculo all’ennesima potenza.
Quando ho qualcosa da dire, la dico come sta bene a me. Comando io e non gli standard imbecilli di facebook o di twitter.
Chi cavolo è il demente che ha inventato la stronzata secondo la quale bisognerebbe dire quello che si ha da dire in meno di 150 caratteri? Fanculo anche a lui.
Fine della premessa.

15 settembre 2014, una data che non potrò mai dimenticare.
Il 29 agosto 2014 ho pubblicato quello che, fino a oggi, era l’ultimo post.
L’ho scritto poco prima di cominciare la (bella) avventura di Bimbi a Bordo, il festival della letteratura per ragazzi che si tiene ogni anno nel comune di Guspini (VS). In quei giorni, Flavio, mio padre, era in ospedale per l’ennesimo aggravarsi della sua malattia. Era stato ricoverato il giorno di ferragosto.
Per tre giorni ho fatto su e giù dal paese dove abito a Guspini, in modo da onorare i miei impegni di “ospite attivo” del festival. E ancora, da Guspini all’ospedale di San Gavino, all’ora di pranzo. Poi di nuovo a Guspini, nel primo pomeriggio e fino a tarda sera. Poi di nuovo al paese per la notte.
Sono stati giorni di colori, di emozioni, di sorrisi e di preoccupazioni. Sono stati giorni di stimoli continui. Quelli che alla fine ti stancano dentro. Soprattutto se arrivano a fine estate, quando non hai ancora staccato davvero la spina e vivi da circa due anni in una situazione di lavoro drammatica e indecente, più che precaria. Una situazione carica di problemi enormi, dubbi assassini e preoccupazioni gigantesche per te e per chi vive insieme a te.

Qualche giorno dopo il festival di letteratura per ragazzi, Flavio è stato dimesso e io sono partito per una pseudo vacanza di qualche giorno. Una vacanza con “mille freni a mano tirati”, a causa dell’assenza totale di disponibilità monetaria. Ma bella, nella sua assenza di pretese.
Momenti di serenità. Finalmente.
Al termine di quel breve mucchietto di giorni, ecco la chiamata di mia madre. Flavio è di nuovo all’ospedale. Sembra che la situazione, stavolta, sia ancora più grave.
Il viaggio in nave. L’arrivo in Sardegna oltre la mezzanotte.
La cavalcata notturna in macchina, da Olbia fino al sud dell’isola.
Quando arriviamo a casa, una buona metà della notte è andata.
Una doccia. Meno di tre ore sul letto col telefono a tiro.
Poi di nuovo a cavallo delle mie quattro ruote per andare da Flavio, all’ospedale.
È il 14 settembre. L’estate 2014 non ha nessuna intenzione di mollare. Anzi, sembra che sia ben determinata a durare ancora a lungo. E così sarà, infatti.
Arrivo all’ospedale con mia madre e mia sorella.
All’ora di pranzo sembra più o meno tutto sotto controllo.
All’ora di cena no. Per niente.
Non lo abbiamo mai visto così. Non riesce nemmeno a parlare. Neanche una parola.
È il caso che un familiare rimanga con lui.
Resto io.
Più o meno all’una di notte la situazione diventa gravissima. Irreparabile.
All'inizio di quel 15 settembre Flavio non c’è più.
I pensieri.
I rimpianti.
I bocconi amari.

Il libro di Zoff.
Da quel momento, e per tanto tempo, ho dovuto cambiare la mia lista delle priorità.
Ho dovuto lasciar perdere una lunga serie di cose, tra cui, naturalmente, questo blog.
E, anche quando è passata l’onda di piena dei primi mesi, non ho più trovato il guizzo giusto per ricominciare a scriverci.
Poi vengo a sapere che Zoff ha scritto un libro.
Dino Zoff.
Il grande portiere. Il grande capitano. Il grande mister.
Il grande silenzio, mi verrebbe da aggiungere. Giusto per accostarlo scherzosamente al personaggio principale (il muto) dell’omonimo film western di Sergio Corbucci datato 1969, con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinski.
Ma stavolta Zoff ha parlato. O meglio, ha fatto parlare la sua penna o la tastiera del suo computer, aiutato, come ci rivela lui stesso nei ringraziamenti finali, dal giornalista e scrittore Marco Mensurati. Un amico di suo figlio.
Sono venute fuori parole degne di essere lette. Perché uno che parla poco, di solito, quando parla ha qualcosa di importante da dire.
L’ho acquistato.
L’ho letto.
Sarebbe piaciuto anche a Flavio.
Non è che lo immagino. Lo so.
Flavio aveva quella stessa filosofia. Dallo sport alla vita, senza soluzione di continuità. Ciò che “io” sono in campo, sia da giocatore che da allenatore, sia da presidente che da tifoso, è sempre una parte di “me”. Di quel “me” autentico, che non ha bisogno di decidere come apparire per manifestarsi. Basta che io lo lasci manifestare per quello che è.
E allora se il “me” è onesto, manifesterà la sua onestà, anche quando gli eventi lo costringeranno a escogitare una strategia per vincere a tutti i costi.
Se invece il “me” è un pagliaccio stronzo, si manifesterà da pagliaccio stronzo. Esattamente come quando Berlusconi diede dell’indegno al CT Zoff dopo la finale dell’europeo 2000 in Olanda e Belgio, persa immeritatamente con la Francia per via del golden gol di Trezeguet. Zoff ci aveva portati a quell’europeo con un buon girone di qualificazione e un percorso di tutto rispetto alle fasi finali, fino alla finalissima di Rotterdam contro la Francia.
Berlusconi che dà dell’indegno a Zoff.
Incredibile.
Paradossale.
Rivoltante.
Ignobile.
Il mondo che va all’esatto contrario di come dovrebbe.
Nemmeno il comico più arguto o il matematico più brillante avrebbero potuto immaginare questa situazione. Né forzando all’inverosimile una battuta (il comico), né chiedendo l’impossibile alla teoria delle probabilità (il matematico). E invece…
Zoff con Enzo Bearzot, "Il Vecio" condottiero che guidò gli azzurri
alla conquista della Coppa del Mondo in Spagna, nel 1982.


La politica è politica. L'idiozia è idiozia. La dignità è dignità.
Intendiamoci.
Non mi sono mai occupato di politica in questo blog. Non voglio cominciare certo oggi. E non ho intenzione di farlo da qui alla fine di questo post.
Per inciso, credo che neanche Berlusconi, in vita sua, si sia mai occupato (o voluto occupare) di politica. Si è occupato di tantissime cose. Un numero incalcolabile di cose. Ma non di politica. Mai. Nemmeno all’apice della sua carriera politica.

La riflessione che ho fatto sulla famosa frase che spinse Zoff a dimettersi dal ruolo di CT della nazionale di calcio, l’ho fatta solo per soffermarmi sul lato umano di Zoff. Sul suo carattere. Sulla sua sensibilità. Sulla sua qualità più indiscutibile, vale a dire LA DIGNITÀ (ma tu guarda!).
E sul valore delle parole. Che sono roba importante e come tali vanno pesate, scelte e proferite.
Zoff, Causio, il presidente Pertini e Bearzot giocano a Scopone Scientifico sull'aereo
che riporta la nazionale in Italia, dopo la conquista del titolo mondiale nel 1982.


L'anima dello sport.
Il libro di Zoff non è un capolavoro.
A cominciare dal titolo che (sicuramente è una mia fisima) ha qualcosa che non mi convince.
Certi passaggi probabilmente avrebbero avuto ancora bisogno di qualche ripulita.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che il libro mi è piaciuto. Mi è piaciuto molto.
E mi ha fatto pensare a mio padre. Me lo ha, in un certo senso, reso. Ridato. Restituito.
Il punto è che ci ho rivisto dentro Flavio. Un uomo che, come il grande Dino, sognava un calcio diverso. In mano a gente diversa. Sulle bocche (e sulle penne) di persone diverse.
Insegnava cose diverse ai suoi allievi (centinaia), rispetto a quelli che sono diventati, oggi, gli obiettivi e i "valori senza nessun valore" di questo sport. O di questo spettacolo, dato che di sport non gli è rimasto quasi nulla. Uno spettacolo molto triste.
Mi permetto di copiare (qui sotto, in corsivo) un passaggio del libro di Zoff.
Un passaggio che io ritengo di immensa importanza per il significato di quello che esprime. Tutti gli uomini di sport dovrebbero stamparsi queste parole a fuoco nel cervello e anche dentro le palpebre. Così da poterle avere sempre presenti, anche quando chiudono gli occhi.

"Ho sempre considerato il calcio un insieme di valori indiscutibili: l’educazione, la crescita della persona come individuo singolo e come parte di una squadra, la lealtà e la correttezza, l’autodisciplina, la capacità di riconoscere i propri limiti e la voglia e la fatica di provare a superarli, l’affannosa ricerca dell’equilibrio tra uomo e atleta. Questo ho sempre pensato fosse il senso dello sport cui un giorno lontano, su un campo pieno di pozzanghere, in Friuli, decisi che avrei dedicato la vita. E per questo ho lavorato e vissuto, prima come uomo, poi come atleta e infine come «campione», termine che non è sinonimo di grande giocatore o di fenomeno, come lo si usa oggi, ma un sostantivo ben preciso, che indica alcune qualità e prescrive un’infinità di obblighi, a partire da quello di dare l’esempio a chi campione non è. Una specie di condanna, se vogliamo dirla tutta.
Credo che se lo sport fosse fatto solo per lo spettacolo, come tutti ormai pensano, non avrebbe senso mandare figli e nipoti a giocare al campetto sotto casa. Perché quella attività non vale nulla, o comunque poco, di certo non abbastanza: lo sport migliora l’uomo, lo spettacolo si limita a divertirlo. Io la penso così. Mentre il mondo va in tutt’altra direzione, valorizzando l’apparenza, la chiacchiera, la forma. Lo spettacolo, appunto. A scapito della sostanza. Gli insulti a Bearzot, i riconoscimenti postumi e tardivi a Scirea erano segnali chiari, che forse avrei dovuto cogliere prima in tutta la loro potenza. E invece…"

I valori del calcio come sport.
I concetti (quasi antitetici) di sport e di spettacolo.
Il concetto di «campione».
I concetti (questi sì, assolutamente antitetici) di sostanza e di forma.
Tutte cose che oggi passano come riflessioni pallose, vecchie e superate.
E che invece sono le chiavi di volta per capire quello che non funziona e che ha fatto piombare il calcio in una crisi irreversibile. Bisogna ripartire proprio da queste cose per individuare tutto quello che va eliminato senza pietà (ed è tanta roba, ormai), se si vuole di nuovo riportare il calcio in una dimensione di autenticità e di bellezza.

Giocatori: al posto dei tatuaggi, scrivetevi queste parole di Zoff sulla pelle.
Allenatori: prima di fare o di dire qualsiasi cosa, perfino prima di pensare, leggetevi queste parole. E leggetele anche ai vostri ragazzi nello spogliatoio, in campo, in ritiro.
Presidenti, dirigenti, politici e giornalisti: anche voi, oltre a lavarvi i denti dopo ogni pasto, sciacquatevi la bocca e il cervello con queste parole.
Lo spirito di queste parole dovrebbe guidare tutte le persone che hanno a che fare con il calcio, a tutti i livelli. Chi vive di calcio. Chi vorrebbe viverci e lotta per diventare un professionista. Chi semplicemente si diverte con il calcio, giocato o guardato. Chi parla e scrive di calcio.
E non solo di calcio, ma di sport in generale.
Gaetano Scirea e Dino Zoff, compagni di squadra nella Juventus e nella nazionale.
Colleghi alla guida tecnica della Juve fino alla prematura scomparsa di Scirea (1989).
I due furono soprattutto grandi amici nella vita.


La Serie A non c'entra.
Ho scritto questo post perché ho riconosciuto mio padre in moltissimi passaggi del libro di Zoff.
Avrei voluto che Flavio lo leggesse. Così certe sue amarezze si sarebbero sentite per lo meno in buona (e illustre) compagnia.
In compagnia di quelle di uno sportivo che lui amava e che ha sempre ammirato.
Certo, quello che Zoff racconta fa riferimento ai vertici. Ai massimi livelli. Al “top”. Alla Serie A.
Ma quando uno dà tutto se stesso per la sua passione, cercando di trasmettere agli altri, soprattutto ai giovani, i valori della pulizia e della rettitudine, si trova sempre e comunque ai vertici. Ai massimi livelli. Al “top”. Anche se non arriva a giocare (o ad allenare) in Serie A.

Ciao Flavio.
Grazie per essere stato quello che sei stato, come padre, come sportivo e come uomo.

E grazie anche a te, Dino, per questo libro e per le emozioni che mi hai regalato con la tua luminosa carriera.

venerdì 29 agosto 2014

Tutti a bordo... a cominciare dai bimbi!

BIMBI A BORDO è il nome del festival di letteratura per ragazzi che da qualche anno si tiene a Guspini (VS/Sardegna) per iniziativa dell'Associazione Culturale InCoro. Anzi, per dirla con gli organizzatori, più che un festival è una Festa della Letteratura per Ragazzi.
L'edizione di quest'anno comincia proprio stasera, 29 agosto 2014, e si presenta ricchissima di iniziative e ospiti.
Tra i tantissimi autori che interverranno (molti amici e colleghi), vorrei segnalare due nomi in particolare: quelli dello scrittore Francesco Enna, autore di numerosissimi romanzi e racconti per ragazzi, e della psicoterapeuta Iole Sotgiu, moglie di Enna nonché autrice, insieme al consorte, del libro Il buio fifone che verrà presentato nel corso della manifestazione. Per la cronaca, i coniugi Enna-Sotgiu sono i genitori di Bruno e Stefano Enna, entrambi sceneggiatori di fumetti molto bravi e conosciuti nel panorama nazionale ed europeo.

Il tema di BIMBI A BORDO 2014 è "Bugia e finzione", ben rappresentato dal Pinocchio del manifesto promozionale disegnato da Jean Claudio Vinci.

Ingrandite l'immagine qui sotto per leggere il programma nel dettaglio.

 Qui sotto, invece, il programma dei laboratori.
 

 E, infine, le note biografiche di tutti gli ospiti.
 
Per quanto riguarda me, domani e dopodomani mattina (30 e 31 agosto) sarò impegnato insieme al mio amico e collega Luca Usai in due laboratori di fumetto per bambini e ragazzi. Come è noto, da anni Luca disegna paperi e topi che regolarmente vanno a finire nelle prestigiose pagine di Topolino e di altre testate Disney.

Nel corso del festival si potranno leggere e/o ammirare anche gli elaborati che "noi ospiti" abbiamo prodotto per l'occasione. Disegnatori, scrittori e sceneggiatori sono stati chiamati a dare la loro particolare visione della tematica "Bugia e finzione" con disegni, vignette e scritti più o meno brevi.
Io mi sono cimentato in un racconto per ragazzi che ho scritto proprio in questi ultimi giorni e che ho intitolato Senza trucco.

Ricordatevi di non dimenticarvi di ricordarvi di venire a Guspini per BIMBI A BORDO in questo week end: 29, 30 e 31 agosto 2014.
Grandi e bambini siete avvertiti!!!

mercoledì 30 luglio 2014

Domani, 31 luglio 2014, nuova data del tour sardo delle principesse

Nel contesto delle "Notti Rosa" di Guspini (VS/Sardegna), il libro a fumetti LA PRINCIPESSA CHE AMAVA I FILM HORROR è di nuovo protagonista di una serata molto particolare.

Domani, 31 luglio 2014, a partire dalle ore 21, si parla di violenza sulle donne.
La scrittrice Maria Mantega presenta il suo libro Io, sola (Arkadia editore), romanzo che racconta la storia di Miriam, una delle tante donne vittime di uomini violenti e sottomesse alle dinamiche di una società che si indigna quando ormai è troppo tardi per intervenire.

A fare da difficile ma stimolante contraltare a questo tema così attuale e drammatico, ci saranno le otto principesse del volume a fumetti sceneggiato da me, disegnato da Alessio De Santa e colorato da Elena Grigoli per le edizioni Tunué.

Discuteremo di "Donna sola" e di "Donna principessa" e, come affermano gli organizzatori nel loro comunicato stampa, lo faremo anche giocosamente, "perché il mondo è grande e di Donna possiamo parlare facendo Cultura e Rispetto, educando dalla prima infanzia".

Una sfida niente affatto semplice, ma doverosa. Perché anche in un libro a fumetti come La principessa che amava i film horror si possono trovare spunti sorprendenti per intavolare discussioni ad ampio spettro, aperte sia ai bambini che agli adulti.

In questo sarò aiutato dal mio amico e collega Andrea Pau, con il quale ci soffermeremo su alcuni meccanismi che portano le otto principesse del libro ad agire, subire e reagire per trovare il proprio posto nel mondo e per formarsi una personalità capace di condurle in autonomia sulla propria strada.

L'incontro si terrà come detto a Guspini, in via Santa Maria, di fronte alla libreria Vaccargiu (ex Agus) e sarà introdotto da Graziella Caria.

Per maggiori informazioni sul libro Io, sola di Maria Mantega, click QUI, QUI e QUI.

La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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mercoledì 23 luglio 2014

Fumetti, narrativa e buona cucina: domani, 24 luglio 2014, otto principesse si accomodano in ristorante!

Nuova tappa del tour estivo in Sardegna per il libro a fumetti La principessa che amava i film horror.
Domani, giovedì 24 luglio 2014 a Guspini (VS), sarò ospite dell'Agriturismo Sa Tella insieme al mio amico scrittore Andrea Pau per un dopo cena a base di storie da raccontare.
Io parlerò degli otto racconti di principesse "non canoniche" che ho realizzato insieme ad Alessio De Santa ed Elena Grigoli per le edizioni Tunuè.
Andrea, invece, racconterà della sua serie di narrativa ragazzi Rugby Rebels, illustrata da Jean Claudio Vinci e approdata già da qualche anno in libreria grazie all'editore Einaudi Ragazzi.
Tutte le informazioni sul libro delle principesse le ho già disseminate sulla rete da mesi. E, in ogni caso, potete agevolmente trovarle su questo blog, scorrendo verso il basso con lo scroll.
Per notizie, curiosità e retroscena sui due autori dei Rugby Rebels e sui loro "pensieri, parole, opere e omissioni", cercate nei blog di Andrea e di Jean Claudio, oltre che nelle loro pagine facebook.
Per conoscere gli orari e gli altri dettagli della serata di domani, ingrandite la locandina che accompagna questo post.
Vi aspetto domani sera a Guspini, per una bella serata estiva a base di buona cucina e di storie da raccontare!

martedì 15 luglio 2014

Due chiacchiere su come si fa un libro a fumetti, con i ragazzi del mio paese

Domani (mercoledì 16 luglio 2014), a partire dalle 19e30, farò due chiacchiere con i ragazzi della Città dei Giovani di San Gavino Monreale, il mio paese natale.
Parlerò di come si realizza un progetto da presentare a un editore e di come questo progetto si trasforma in un libro a fumetti vero e proprio.
Per rendere più concreto il mio discorso, prenderò come esempio il libro La principessa che amava i film horror (edizioni Tunué, 2014) di cui ho già parlato in questo blog (QUI e QUA).
Il libro, nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato sceneggiato da me, disegnato da Alessio e colorato da Elena Grigoli.
L'incontro sarà introdotto e moderato dallo scrittore e amico Andrea Pau (autore anche della locandina che vedete qui sopra).
Organizza l'evento la Cooperativa Koinos, in collaborazione con l'Associazione Culturale Chine Vaganti (di cui mi onoro di essere un socio fondatore e un membro attivo).
Un grazie preventivo alle persone che verranno a seguirci.

PS: per i non sardi, San Gavino Monreale è un comune della Sardegna situato al centro della pianura del Campidano, a 52 chilometri da Cagliari.

giovedì 10 luglio 2014

Sabato 12 luglio 2014, alle vecchie miniere di Montevecchio (Guspini/VS), parlo di principesse e sorseggio una buona birra!

Eccomi... sono pronto per la prima presentazione in terra sarda del libro a fumetto La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse.
Come ho scritto anche su questo blog qualche tempo fa (QUI), il libro è uscito a maggio 2014 per i tipi di Tunué - editori dell'immaginario.
Nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato materialmente realizzato da Alessio (idea, soggetti e disegni), me (soggetti e sceneggiature) e Elena Grigoli (colori).

L'occasione di questa presentazione me l'hanno data gli organizzatori di BIRRAS, la festa delle birre artigianali della Sardegna che si tiene ogni anno a Montevecchio, una splendida location "post mineraria" dal fascino irresistibile.

Ebbene sì... le nostre principesse si dimostrano ancora una volta delle tipe tutt'altro che prevedibili. Infatti, scelgono di farsi presentare in un antico e glorioso complesso minerario (che una volta era conosciuto in tutta Europa) e, per di più, in mezzo a fiumi di eccellente birra artigianale, proveniente da tantissimi birrifici sardi.

Programma di BIRRAS 2014
Che dire, quindi?
Prima di tutto GRAZIE agli organizzatori di BIRRAS.
Poi, GRAZIE all'Associazione Culturale Chine Vaganti, attraverso la quale sarà possibile organizzare questo mini evento all'interno della grande manifestazione "birraiola".
Infine, GRAZIE ad Andrea Pau (scrittore di narrativa per ragazzi, sceneggiatore di fumetti e, cosa più importante, amico!). È stato lui a proporre la presentazione del libro agli organizzatori e a realizzare la locandina che avete visto in apertura di questo post. E sarà lui a condurre l'incontro tra me e il pubblico.

A questo punto non mi resta che invitarvi ufficialmente alle miniere di Montevecchio SABATO 12 LUGLIO 2014. La rassegna BIRRAS aprirà i cancelli alle ore 17,00. La presentazione del libro, invece, inizierà alle ore 19,00.
Uno dei tanti affascinanti scorci panoramici delle miniere di Montevecchio
In ogni caso, chi verrà a Montevecchio per BIRRAS non lo farà per una toccata e fuga di mezz'ora. Infatti, tra degustazioni, concerti, mostre e altre iniziative culturali e di intrattenimento, vi conviene riservarvi qualche ora e godervi il fascino di questo posto meraviglioso in buona compagnia.

ACCORRETE NUMEROSI, VI ASPETTO!!!

Bene... ora, per chi non sa cosa sia il libro La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse, ecco qualche informazione...

Il libro presenta otto racconti a fumetti di dodici pagine ciascuno.
Tra un racconto e l’altro c’è sempre un piccolo intermezzo di due tavole a fumetti “senza parole”. Questi intermezzi costituiscono, tutti insieme, una sorta di “vicenda di collegamento”.

Il punto fermo del volume è che tutti e otto i racconti parlano di principesse.
Parlano dei sogni di queste ragazze, dei loro obiettivi, dei loro amori, delle loro delusioni, dei loro errori, delle loro valutazioni giuste o sbagliate.

In quasi tutte le storie c’è il castello, cioè la casa. Quella in cui il re (papà) e la regina (mamma) educano, indirizzano, proteggono e puniscono.
Ma prima o poi, tutti debbono allontanarsi dal castello. E una volta fuori è necessario affrontare il mondo… le intemperie, i posti esotici e il bosco. A volte perfino il cielo!

Gli otto racconti, ricchi di citazioni e riferimenti letterari, musicali, cinematografici e pittorici, funzionano da specchio per i lettori di tutti i generi e di tutte le età.
Chiunque, nella vita, prima o poi è chiamato a misurarsi con (almeno) una principessa... “dentro di sé” o fuori, bella o brutta, simpatica o antipatica, sicura o insicura.
Nello stesso modo, chiunque si deve misurare con i propri genitori (che sono i sovrani della casa), con una strega, un drago, uno spasimante, un avversario, un maestro o un giullare bruttissimo che però balla divinamente.

A differenza delle fiabe tradizionali, in questo libro le principesse sono persone reali che agiscono in mezzo a personaggi e situazioni da fiaba. Tale particolarità le porta ad avere “reazioni non canoniche” con gli altri personaggi e con il contesto, ma anche desideri e obiettivi incompatibili con il “galateo” delle strutture narrative di una fiaba.
Ed è proprio qui che sta il tratto più originale e innovativo di questo lavoro. Un libro che solo in apparenza è riservato ai bambini ma che, in realtà, si rivela una lettura adatta a tutti: grandi e piccoli, uomini e donne, genitori e figli, persone concrete e sognatori irriducibili.

Detto questo, vi rinnovo l'invito per la presentazione del libro a Montevecchio (Guspini/VS) durante la rassegna BIRRAS, sabato 12 luglio a partire dalle ore 19,00.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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venerdì 20 giugno 2014

Le generazioni "saltate"

Ho scritto questo articolo circa due mesi fa per un lavoro “di comunicazione” in cui si è reso necessario osservare (pur senza troppi approfondimenti) alcuni fenomeni sociali che riguardano un po’ tutti noi, in quanto persone e in quanto italiani.
Ho scelto questo tema senza che nessuno me lo abbia dato, suggerito o, peggio che mai, imposto.
L’ho scelto perché credo rappresenti una delle più insopportabili vergogne italiane degli ultimi decenni. Oltre, naturalmente, a essere uno dei principali “nodi” che spiegano la sostanziale PARALISI MENTALE (e anche FISICA) del nostro Paese e di molte (troppe) caricature umane che lo hanno comandato anziché governarlo.

Ora lo pubblico qui, con qualche piccola modifica. Ma il succo del discorso non cambia.

 
Il fenomeno di cui scriverò è tipico dell’Italia degli ultimi trent’anni (circa).
Se poi dovessimo accorciare il tiro e limitarci a guardare la storia nazionale degli ultimi vent’anni, non sbaglieremmo a identificarlo come una vera e propria carica suicida che ha minato le basi stesse del nostro popolo.

Parlo di quello strano (ma non troppo) meccanismo che ha portato le generazioni di trentenni e quarantenni a essere quasi completamente tagliate fuori dai meccanismi di gestione della società, della politica, dell’economia, ecc.
Il discorso è lungo, e questa non è la sede adatta per svilupparlo nei dovuti modi e con i necessari approfondimenti. Ma mi preme comunque sottolineare come sia quantomeno singolare che un’intera nazione decida di amputarsi le parti più attive e forti del suo stesso corpo, senza averne indietro neppure un minimo tornaconto.
Dopo la grande “abbuffata plastificata” degli anni Ottanta, in cui gli italiani si sono anestetizzati il cervello a furia di futili amenità in stile “Drive in” o “Colpo grosso”, contagiati dal ributtante modello neovitellone della “Milano da bere”, con il suo vacuo fighismo da aperitivo, siamo arrivati all’alba degli anni Novanta con alcune generazioni di giovani completamente staccate dalla realtà.
I ventenni meno contaminati dal decennio precedente crescevano a “pane e grunge di Seattle”, ma agli occhi degli “adulti al potere” apparivano ancora come bambini appena svezzati. I trentenni invece venivano relegati, anno dopo anno, alla qualifica di eterni adolescenti. E i quarantenni (sempre quelli dei primi anni Novanta) erano forse gli ultimi ad avere la possibilità di salire sul treno “dei grandi”.
Dopo quel momento c’è stato il deserto completo.

I ventenni dei primi anni Novanta oggi sono ultraquarantenni che ancora annaspano, quasi rassegnati per aver perso quel treno. Sotto di loro, generazioni di adolescenti a tempo indeterminato o di bebè maggiorenni ai quali si continuano a somministrare nuovi (e sempre più potenti) anestetici cerebrali che oggi si chiamiamo “Amici”, “Grande fratello”, “Isola dei famosi”, ecc. ma che hanno lo stesso principio attivo di “Drive in” e “Colpo grosso”. Soltanto in dosi più massicce e deleterie.

Insomma, gli adulti al potere sono più o meno sempre gli stessi di venti e trent’anni fa, e sotto di loro hanno fatto tabula rasa. Niente più scuole di partito. Niente più botteghe artigiane in cui le mani esperte dei più anziani guidano e formano quelle “scalpitanti” dei più giovani.
Niente più passaggio di testimone. A nessun livello. Figuriamoci in politica.
Solo in questi ultimi tempi sembra di intravedere qualche accenno di cambiamento. Qualcosa pare finalmente agitarsi in quest’oceano rimasto piatto per tre lunghissimi decenni, anche se è ancora troppo poco per poter parlare di inversione di tendenza.

È stato (ed è ancora) così, a tutti i livelli. Dalle “alte sfere” della politica e dell’economia, fino alle “sfere più infime” della vita amministrativa e lavorativa, nei comuni più piccoli d’Italia.
Basta dare un’occhiata (anche fugace) alla situazione generale per capirlo!
Basta fare i conti dei trentenni e dei quarantenni che sono rimasti “fuori dai giochi” in questi ultimi vent’anni e che ancora oggi continuano a restare fuori. Un numero troppo grande di ragazzi ed ex ragazzi ignorati, dimenticati più o meno volutamente, molti dei quali costretti a partire per cercare miglior sorte altrove. Preferibilmente all’estero e, sempre più spesso, perfino fuori dall’Europa.
Si tratta, in moltissimi casi, di persone molto capaci, titolate, ricche di idee e di esperienze. Persone che potrebbero fornire le soluzioni per ELIMINARE UNA VOLTA PER SEMPRE quell’insopportabile (e finto) bisogno italico vivere per forza da sudditi di uno o più dittatori da operetta.
E invece, queste persone valide sono relegate a giocare ruoli marginali o, addirittura, messe nell’impossibilità di giocare qualsiasi ruolo, anche di infimo ordine.

Siamo certi che sia questo il modo per migliorare le cose?

Eppure ancora oggi, quando qualcosa sembra finalmente agitarsi dalle profondità dello stagno, c’è qualcuno che continua a pensare di poter escludere queste generazioni.
Qualcuno che forse non è stato informato che la vita di ognuno (compresa la sua!) ha un ciclo che prima o poi è destinato a concludersi.

Sarebbe davvero assurdo che i nostri “vecchi”, che hanno fatto e dato tanto quando erano trentenni e quarantenni, oggi non abbiano il coraggio, la forza ma soprattutto il BUONSENSO di liberare certi ruoli che occupano da trenta, quaranta o anche più anni.
Qualcuno, a suo tempo, si è fatto da parte per offrire o cedere il posto a loro. Ma loro no! Non hanno la stessa disposizione d’animo, la stessa fiducia e lo stesso entusiasmo verso le nuove generazioni. Probabilmente sono convinti di essere immortali oppure pensano che il mondo debba “finire” con loro. Per cui non si sono curati e non si curano di trasmettere niente a nessuno.
L’unica cosa che sembra interessargli è cooptare, di tanto in tanto, qualche giovane (trentenne o quarantenne, magari dalla faccia pulita, magari con una bella laurea in mano, magari di buona famiglia), per sbatterlo sulla “facciata dei loro interessi”, in modo che alla maggioranza sembri che ci sia stato un rinnovamento. Ovviamente, non c’è niente di più fasullo e ridicolo.

Forse è arrivato il momento che qualcuno spieghi a questa gente che l’immortalità non è cosa umana e che è piuttosto improbabile che la fine del mondo sia imminente.
Il mondo va avanti comunque. E così pure l’Italia.
Per cui, tanto vale lavorare seriamente per spingere in avanti la nostra comunità nel migliore dei modi!
Il nostro Paese ha bisogno di idee nuove, di competenze più elevate, di esperienze diverse. Non ha bisogno di continuare a ripetere il modello che lo ha portato alla rovina.
Quando capiremo questo, saremo di nuovo membri di una comunità attiva, vivace, propositiva e sicuramente meno depressa di oggi.

Ma perché ciò avvenga, ci vuole il coraggio di cambiare.
Ci vuole la volontà e la determinazione di includere quelle generazioni che negli ultimi vent’anni sono state escluse, dimenticate e “saltate”. Generazioni che, con i loro cervelli e le loro braccia, possono consentirci di fare un autentico e deciso salto di qualità.
L’Italia si salva solo se trova il coraggio di riprendersi (e, quindi, di ridarsi) le sue intelligenze e le sue competenze che, spesso a causa di scadenti giochi di retrobottega, sono state allontanate e ignorate per troppi anni.
E questo può succedere solo se la maggioranza dei cittadini lo capisce.
Solo se la maggioranza dei cittadini smette di seguire come un gregge cieco e sordo il dittatore da operetta “di turno”, il mezz’uomo di turno, la mezza tacca di turno, la mezza sega di turno.
Solo se smette di trasformare queste mezze figure in sacerdoti da adorare fino alla morte.
Solo se fa tutto questo subito, ADESSO!
E, comunque, prima che sia troppo tardi.

venerdì 23 maggio 2014

La principessa (capovolta) che amava i film horror - e altre storie di principesse

Gioite e giubilate, principesse e principini di tutto il globo terracqueo!
Il libro è uscito, c’è, esiste, persiste, consiste e insiste.
Si è manifestato, alfine, in tutta la sua “cartaceità” nelle librerie e nelle fumetterie italiane.
E per di più, non pago, preme disperatamente per varcare i confini della penisola.

Anche se ormai non me la ricordo più tanto bene, proverò a raccontare la storia di questo volume.

Ho conosciuto Alessio De Santa nel luglio del 2009. Insieme a qualche amico comune, siamo andati a Lucca. All’epoca abitavo ancora a Milano.
Due fumettisti che vanno a Lucca nel mese di luglio, fanno un po’ la figura di due bagnanti che vanno a Cesenatico a fine gennaio. Anche se, lo ammetto, da un sardo come me ci si poteva aspettare di più come “esempio di località marittima”.
Vabbè, facciamo che quei due non vanno a Cesenatico. Vanno a Piscinas. Chi non sa dov’è Piscinas, si cerchi subito una scusa qualunque ed esca da questo blog, perché la cosa equivale grossomodo a non sapere l’Atto di dolore.
Dicevo che siamo andati a Lucca.
Sì, ma a vedere il concerto della Dave Matthews Band. Quattro ore di filata, senza un attimo di respiro. Una roba stratosferica. Bellissimo.
E dopo, giù i bestemmioni dei ristoratori e dei camerieri lucchesi, quando tutto il pubblico (pagante) si è riversato nei locali in cerca di cibo e vino, al termine di quell’infinita e meravigliosa jam session. Sì, bestemmioni. Perché l’una di notte era trascorsa da un pezzo e quelli se ne volevano andare a letto. Invece gli toccava ricominciare a lavorare in orario di chiusura.

Ci siamo divertiti, in quel mini tour lucchese.
E ci siamo, appunto conosciuti.

Sceneggiatura Tavola 3 - Storia 5
L’anno dopo (2010), Alessio mi coinvolge in una sua idea.
Vuole fare un libro a fumetti che parla di principesse. Qualcosa di non canonico. Qualcosa che stravolga le normali direttrici della fiaba. Qualcosa che si posizioni di traverso, tra il fumetto e la narrativa.
Ha già dei soggetti brevi, o meglio, delle bozze di soggetto. Mi chiede di leggerli.
Li leggo e cominciamo a lavorarci.
Metto mano a quei soggetti e cerco di dargli una struttura più compiuta, perché, appunto, sono appena abbozzati. Ma sono abbozzati bene.
Ale comincia ad avere paura di me, perché io sono metodico e strutturo il mio lavoro con eccesso di puntiglio. È il mio modo di entrare in un progetto. Lo devo conoscere e respirare in pieno. Lo devo quasi radiografare. Anche se poi, in seguito, avrò bisogno di destrutturarlo.
Ale invece no. È più disordinato di me nella fase di approccio e, quindi, soffre il mio metodo.
Scoprirò solo dopo, quanto anche lui sia pignolo e maniacale in fase di confezione del lavoro. Perfino più di me (con le inevitabili discussioni che accompagnano queste benedette/maledette diversità tra noi esseri umani).

Impostazione griglia Tavola 3 - Storia 5
Dopo un po’ di lavoro, ci ritroviamo con sette soggetti, di cui due ispirati (liberamente) a storie già esistenti. Facciamo un po’ di conti e decidiamo che ci manca ancora un soggetto.
Lo scrivo io e lo intitolo La principessa capovolta.
Prepariamo un progetto vagamente editoriale per il nostro libro. Ale fa un po’ di disegni per cercare di individuare lo stile che potrebbe adottare (il volume, in questa fase, è ancora su una dimensione molto ipotetica e iperuranica).
Già dai primi schizzi si intuisce la potenza comunicativa di Alessio: una bomba!
Io butto giù alcune tavole di sceneggiatura tratte da un paio di soggetti. Lui ne disegna due o tre.
La brava Alida Ruggeri fa qualche colorazione di prova.
E intanto è già tempo di tornare a Lucca, stavolta nella stagione appropriata per due fumettisti (seppur scalcagnati) come noi.
A ottobre 2010 portiamo il nostro book nella meravigliosa città toscana. Il titolo della proposta vagamente editoriale è La principessa che amava i film horror (e altre storie di principesse).

Alessio ha preferito questo titolo (tratto da una delle otto storie del progetto), rispetto a quello proposto da me, cioè proprio quel La principessa capovolta che avevo scelto come titolo del mio soggetto, l’ultimo degli otto, quello della storia che avrebbe chiuso il libro.
Matite Tavola 3 - Storia 5
Mi piaceva La principessa capovolta perché parlava di tutto il libro, anche delle altre sette storie scaturite dai “pre soggetti” di Alessio e che io avevo fatto miei, ammaliato come sempre dalle narrazioni un po’ “storte”, folli e surreali. Un po’ ironiche, umoristiche e sarcastiche.
Mi piaceva La principessa capovolta perché io e Ale stavamo capovolgendo le fiabe, la loro struttura classica, i loro personaggi, i loro luoghi comuni.
Prendevamo tutto questo e lo mettevamo in relazione con le dinamiche relazionali e psicologiche della realtà, cioè molto più plausibili rispetto a quelle in cui, di solito, si muovono gli “attori” di una fiaba.
Era tutto finto, ma anche tutto vero. Ed era questo capovolgimento che avrei voluto sottolineare.
Secondo me funzionava alla grande.
Ma l’idea originaria del progetto era di Alessio e mi sembrava brutto insistere. Per cui lui scelse il titolo di un’altra delle otto storie, presumo quello che gli piaceva di più e che gli suonava meglio in testa, anche in vista di una (molto improbabile, a quell’epoca) pubblicazione.

Colore Tavola 3 - Storia 5
Arriviamo con il nostro book all’incontro con gli editori, a cui ci siamo iscritti durante le nostre evoluzioni lucchesi, tra padiglioni multicolori, autori, cataste di carta imbrattata di vignette e cosplayer.
Massimiliano Clemente di Tunué - Editori dell'immaginario ha ritenuto opportuno vederci e sentirci, dopo aver notato il nostro book tra i tanti in lista d’attesa.
Incontriamo Massimiliano. Lui è di poche parole. Ci studia mentre sfoglia il book. Dice che questo va bene, che quello va sistemato. Secondo lui quello è un libro per ragazzi, molto di più di quanto io e Alessio (qui in perfetto accordo) vorremmo. Ci dice, con una naturalezza disarmante, che gli andrebbe bene per la collana Tipitondi. E, vedendo che né io ne Alessio sappiamo di cosa sta parlando, ci invita con il massimo garbo, a fare un salto allo stand Tunué per dare un’occhiata “dal vivo” ai primi titoli di quella collana.
Io e Alessio ci congediamo e lasciamo Massimiliano al suo lavoro.
Tanti altri fumettisti con tanti altri book sotto braccio sono in fila.

- Ma ci ha preso, secondo te?
- Boh! A me sembra di sì, ma non è che l’ho capito bene…

Tavola 3 - Storia 5 completa di lettering
Quasi “a nostra insaputa”, da quel momento siamo autori Tunué.
Per questioni di lavoro, Alida non può più proseguire e, a quel punto, “appare” Elena Grigoli.
Elena è una disegnatrice e colorista che però ama anche scrivere. Quando entra nello “staff delle principesse”, io l’ho appena conosciuta "via mail". Il mio amico Luca Usai, complice della mia crescita fumettistica come io della sua, a causa dei suoi impegni in Disney per Topolino e altre testate non riesce più a tenere il passo nella realizzazione delle storie del nostro personaggio Super Pro. E così passa la palla a Elena.
Io, che non la conosco personalmente, imparo subito ad apprezzarne la gentilezza, la delicatezza, ma anche la eccezionale arguzia che, insieme alla conoscenza del “mezzo”, ne fa una professionista formidabile. E poi lei “fa” i pupazzi… li costruisce con le sue mani. È davvero un portento! L’unica cosa che mi secca è che fino a oggi (maggio 2014) non l’ho ancora incontrata “di persona”, eppure sono quattro anni che ci lavoro.
Cercheremo di rimediare a Lucca (ancora una volta Lucca!) nel prossimo autunno.

E comunque…

La principessa capovolta
e il suo principe di Pancetta
Torno da Lucca Comics 2010 in Sardegna (ho lasciato Milano proprio all’inizio di quel 2010, per riapprodare nella mia bella isola), e comincio a sceneggiare il libro.
È un lavoro lungo, anche se sono “solo” otto storie di 12 pagine ciascuna.
È lungo perché tra una storia e l’altra ci passa tanto tempo.
È lungo perché io e Alessio abbiamo una serie di differenze “esteriori” che potrebbero scatenare, se lasciate andare libere, vere e proprie guerre mondiali. Nel nostro caso, per fortuna, si limitano a discussioni interminabili su Skype. Lui da Milano, io da Cagliari.
Ma scopriamo di avere anche delle sorprendenti tangenze interiori. Sono quelle che poi salvano tutto, impediscono lo scatenarsi delle guerre e, soprattutto, ci permettono di produrre dei fumetti che tutto sommato hanno il loro perché (almeno così ci sembra).
Io sceneggio. Discutiamo. Cambiamo una battuta, una gag. Modifichiamo la dinamica narrativa di una tavola. Ritocchiamo il finale di una storia.
Insomma, da questo punto di vista non facciamo niente di diverso rispetto a un “normale” sceneggiatore e a un “normale” disegnatore di fumetti che lavorano insieme.

Quando la sceneggiatura ci sembra finita, io stesso traccio a mano le griglie delle tavole e gliele mando.
Ale fa le matite. Di nuovo le discutiamo insieme e se c’è da fare qualche modifica, la si fa.
Poi lui le prepara per Elena. E spetta proprio a Elena dare vita alle nostre principesse, con i suoi colori.

Nelle storie di principesse
prima o poi c'è sempre un drago...
Il libro contiene una quantità infinita di rimandi, citazioni, riferimenti, allusioni… a cose di tutti i tipi… letteratura, musica, vita di tutti i giorni. Alessio è un vulcano in eruzione e vorrebbe citare tutti i film, tutti i romanzi, tutte le poesie e tutti i saggi della storia dell’umanità. Ma anch’io a volte non scherzo. Ci metto perfino alcune piccole cose che solo un sardo può cogliere, perché fanno parte del suo patrimonio linguistico e culturale. Ma comunque quelle stesse cose, anche se non “coglibili” da un non sardo, restano sensate e comprensibili per chiunque!

Poi, tra una storia e l’altra, c’è quella che abbiamo chiamato “vicenda di collegamento”. Una storiella fatta di gag che intervallano le otto storie principali, con micro vicende “senza parole”.
La “vicenda di collegamento” conta 18 tavole in tutto. Per realizzarle abbiamo seguito un processo diverso dal grosso del libro: da un mio spunto iniziale, Alessio ha proposto alcune situazioni specifiche che abbiamo soltanto discusso a voce. Lui poi le ha disegnate direttamente sul foglio, senza basarsi su una sceneggiatura scritta.

Il libro è di Alessio, perché l’idea di base è sua. L’individuazione della maggior parte dei territori narrativi da cui attingere è sua. I disegni, così freschi, efficaci e “potenti” sono suoi.
È mio, perché quel modo di raccontare in sceneggiatura e di costruire le situazioni appartiene a me. È mio, perché certi argomenti e certi meccanismi fanno parte da sempre dei miei interessi di narratore.
È di Elena perché senza la sua visione del colore, questo sarebbe completamente e assolutamente un altro libro. E io non voglio affatto che sia un altro libro!

Mi sono divertito a scrivere queste storie.
A volte mi sono stancato.
È capitato perfino che mi venisse qualche dubbio sul fatto che prima o poi saremmo davvero riusciti a portare a termine il lavoro.
E invece eccoci qui, quattro anni dopo aver cominciato.
Il libro è bello (come direbbe Antonio Razzi).
E non lo dico per vantare me o i miei compagni di avventura.
È bello perché chiunque lo apra non può fare a meno di sorridere, anche prima di leggerne una sola pagina.
È così per i grandi e per i bambini.

E questo mi basta.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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lunedì 17 marzo 2014

Chi è Truman? E qual è lo show?

È perfettamente inutile che tutti noi riconosciamo (con diversi gradi di convinzione e consapevolezza) che i reality show non sono reali.
Così come è perfettamente inutile essere davvero consapevoli che in tutte le trasmissioni TV (anche quelle che NON sono reality) non accade mai niente che non sia già stato previsto, sceneggiato e approvato dalle redazioni e, soprattutto, dagli sponsor (commerciali o politici fa lo stesso).

Vi ricordate il film The Truman Show?
Quello uscito nel 1998.
Quello diretto da Peter Weir.
Quello scritto da Andrew Niccol.
Quello interpretato da Jim Carrey, nel ruolo di Truman.

The Truman Show non era sicuramente il primo racconto ad affrontare certe tematiche e, forse, nemmeno il più "nobile".
Altri autori, nella letteratura, nel fumetto e nel cinema ci erano arrivati prima.
Ma Truman resta ancora oggi un mirabile esempio per tutti, proprio perché la sua storia era confezionata come un "prodotto di intrattenimento per la massa".
E la massa, che pure lo ha visto e in molti casi adorato, non ha comunque capito niente.

Non ha capito che non basta sapere che tutte le trasmissioni TV sono finte, preparate, sceneggiate, costruite.
Non ha capito che i "veri Truman" non sono quelli che albergano dentro la TV, nei programmi che (la stessa massa) continua passivamente a consumare, come dosi sempre più consistenti di una droga il cui nome potrebbe essere benissimo ANTISOCIALINA DISSOCIATIVA.

Non ha capito che i "veri Truman" sono quelli di fronte allo schermo.
E quei "veri Truman" coincidono (guarda un po!) con tutti i singoli pseudo individui che formano proprio la massa.
Una massa di dissociati antisociali.
Ex persone che, con l'illusione di essere consapevoli della vera natura delle trasmissioni che guardano, sono in realtà le inconsapevoli e grottesche protagoniste dell'unico "vero show": quello della vita fasulla che mettono in scena ogni giorno, spinte dall'insensata compulsione ad alimentare le vacue meschinità di questo (nostro?) mondo e di questo (nostro?) tempo.
Uno show che, travestito da carrozzone ipertecnologico moderno e avanguardistico, ha ridotto il mondo e i suoi abitanti a un grumo informe di ignoranza autocompiaciuta e autoreferenziale. A una cloaca di estetismi surreali e patologici. A un immondezzaio di prevaricazione cieca e sorda. All'ignobile vergogna di un mercato avido e insaziabile, in cui tutto si può vendere e tutto si può comprare. A una putrida fossa comune che ci risucchia ogni giorno di più in un Medioevo mentale contagioso, degenerativo e irreversibile.