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sabato 23 gennaio 2021

L'imbecillità al potere (e il potere dell'imbecillità)

È faticoso vedere e sentire tutto questo.

Gente che ha comprato deputati e senatori fino a ieri sera (pagandoli con soldi, incarichi di potere e "materia concreta"), stamattina accusa altri di quella stessa compravendita. Imbecilli che occupano ruoli nella politica solo per dare sfogo a bisogni intestinali di protagonismo a tutti i costi. Individui dal cervello atrofizzato, che sarebbero inadeguati anche se li mandassi a comprare un cartone di latte, si ritrovano alla guida di pseudo partiti che stanno sia in maggioranza che all'opposizione.

Spesso non è né bello né giusto fare di tutta l'erba un fascio, ma allo stato attuale è impossibile capire qualcosa di questo circo di pagliacci (deficienti veri e propri o, al massimo, psicolabili).
È impossibile trovare le differenze tra chi dice di stare da una parte e chi dice di stare dall'altra. È impossibile capire i motivi per i quali questi esseri surreali parlano, affermano qualcosa e poi il contrario di quel qualcosa non appena i rapporti di forza si invertono.
E i rapporti di forza si invertono senza che nessuno di noi ci capisca una mazza dei motivi: visti da fuori sembrano sempre dispetti da asilo infantile o questioni di vendette personali, simpatie/antipatie, leccate di culi ad amici potenti che hanno piazzato questi cretini in parlamento per poi manovrarli come burattini.

Fateci caso: quando governava l'osceno puttaniere milanese, i suoi amichetti (di convenienza) lo giustificavano per ogni porcata che faceva o diceva. Gli oppositori, comprese le pseudo sinistre (quelle vere sono assenti ormai da anni dalla scena politica italiana), facevano finta di indignarsi e assumevano atteggiamenti da persone serie, ferite nell'orgoglio e pronte a prendere in mano le redini del Paese per restituirgli credibilità e dignità. Esattamente quello che succede oggi a parti specularmente invertite.

A chi bisogna dare fiducia? A una maggioranza derelitta e palesemente inadeguata o a delle opposizioni urlatrici e fuffarole, capaci solo di ruttare e scorreggiare idiozie ad alto volume? A chi esattamente devo credere?
Questi buffoni, che in un mondo normale sarebbero messi da una parte e trattati con l'accondiscendenza che - di solito - si riserva ai minus habentes, in realtà ci governano da decenni. Fanno ciò che vogliono. Passano da una sponda all'altra, senza nessun ritegno. Fanno cadere governi dall'oggi al domani. E ne fanno nascere di nuovi e sempre più improbabili, appena poche ore dopo. Chiedono le elezioni quando sono all'opposizione (con leggi elettorali demmerda), e costruiscono alleanze e maggioranze fantascientifiche pur di non crollare quando sono al governo. Lo fanno tutti, ripeto. TUTTI.
Anche quei caproni che oggi, dai balconi delle destre populiste e idiotiste, vogliono tornare alle urne.

Da qualsiasi parte uno si volti, non può fare a meno di vedere politici ignoranti, impreparati, incompetenti. Sono sempre di più. Sono presenti a ogni livello: dal governo centrale al parlamento; dai governi regionali fino ai comuni più piccoli. È un'epidemia peggio del Covid. Si spande a macchia d'olio e, se non riesce a eliminare i pochi intelligenti e "degni" che sono rimasti, allora li fagocita e anche quelli diventano idioti come per magia.

Tutti questi cialtroni non hanno nulla a che vedere con la politica, con la storia e con l'attualità del nostro Paese. Non hanno idee e visioni di nessun genere. Sono amebe senza forma o, peggio, senza spina dorsale. E cambiano parere e sponda prima ancora che cominci a soffiare il vento. Qualsiasi vento, da qualsiasi direzione.

Sono buoni solo per insultare gli avversari e per aizzare la rabbia sorda e sconclusionata dei milioni di imbecilli che li hanno votati.

Ma attenzione: quei milioni di imbecilli siamo noi, e sarebbe ora di fare piazza pulita di tutta questa merda che ingombra le nostre istituzioni. Sì perché, alla fine la soluzione è sempre la stessa: se non vogliamo politici e amministratori di merda (governanti, maggioranze e opposizioni, nessuno escluso), dovremmo smettere di essere un popolo di merda.

sabato 28 novembre 2020

Di arte, di cultura, di fumetto, di ignoranza e (naturalmente) di supercazzole

Cesare Maria Pietroiusti
Presidente dell'Azienda Speciale Palaexpo di Roma

La parola e il concetto di ARTE (così come quella/quello di ARTISTA) mi hanno sempre messo in difficoltà.
I motivi sono tantissimi, a cominciare dal significato della parola ARTE. Anzi, dai diversi significati che ha, che può assumere e che le vengono attribuiti. Per mantenermi il più neutrale possibile, almeno in queste prime righe, vi rimando alla pagina del dizionario Treccani in cui si illustrano i principali significati (click QUI per leggerla).
Ma il discorso non si ferma certo alla definizione "treccaniana", sia per la complessità degli argomenti in gioco, che per la varietà dei cervelli umani che continuano ad attribuire significati, interpretazioni e sfumature sempre differenti. Da una parte, questa proliferazione di significati, interpretazioni e sfumature è senz'altro normale per via dei tempi e dei contesti che cambiano: nel Rinascimento ARTE e ARTISTA, con buone probabilità, avevano accezioni differenti da quelle di oggi. O, se non differenti, probabilmente più limitate e circoscritte. Dall'altra parte, l'analfabetismo di ritorno che interessa la nostra epoca da almeno trent'anni, porta milioni di persone a considerare ARTE anche quella di un/una qualsiasi presentatore/trice blateratore/trice di talk show televisivo o quella di un/una valletto/a capace a malapena di esibire le sue grazie (per fare solo due esempi presi dal mucchio).
Di conseguenza, una miriade di persone/personaggi mediocri e dotati solo di parlantina "a mitraglia" o di corpi attraenti si trasformano automaticamente in ARTISTI per l'opinione pubblica media.
La tendenza va sempre più nella direzione di sovrapporre automaticamente i concetti di ARTE/ARTISTA con quelli di INTRATTENIMENTO/INTRATTENITORE senza quasi prevedere più che un artista non per forza deve essere intrattenitore (e viceversa): può succedere, ma non è sempre valido. Stessa cosa vale per gli accostamenti tra ARTE/ARTISTA con INDIVIDUI CAPACI DI DIRE/FARE COSE ECLATANTI, STUPEFACENTI, DISTURBANTI O AVANGUARDISTICHE.
La costante perdita di parole nel nostro vocabolario quotidiano ci fa raggruppare in categorie improprie una serie di concetti che in realtà andrebbero collocati in categorie differenti. Ma, appunto, non abbiamo più a disposizione i vocaboli (e quindi le categorie) per farlo. E così la sintesi diventa banale semplificazione, con il risultato di rendere tutti più ignoranti, incapaci e inconsapevoli.

E ora veniamo al punto.

Qualche giorno fa, sulle pagine del quotidiano Il Messaggero, Cesare Maria Pietroiusti (artista/avanguardista nonché presidente dell'Azienda Speciale Palaexpo - ente pubblico di Roma Capitale) ha dato l'avviso di sfratto al celebre festival del fumetto ARF dai locali dell'ex Mattatoio di Testaccio, in cui il festival si tiene da diversi anni. Queste sono le sue parole: "(il mandato ricevuto dall'Amministrazione Capitolina) prevede la valorizzazione del Mattatoio come spazio di formazione, didattica, produzione e presentazione delle pratiche legate alle arti performative". Poi, ancora: "Tutte le mostre saranno a cavallo tra arti visive e performative. Grande spazio sarà dato alla formazione (...)" e (il fumetto) "difficilmente potrebbe rientrare nelle arti performative". Infine: "Il festival ha una parte commerciale, e affinché una sezione economica possa essere contemplata occorre una motivazione culturale".
In soldoni, Pietroiusti dice che il Festival ARF non può più stare all'ex Mattatoio di Testaccio perché il fumetto non è un'arte performativa (e forse neanche visiva); con il fumetto non si fa didattica e/o formazione; la parte commerciale del festival non è sorretta da una motivazione culturale.
Insomma, Pietroiusti, che, come si evince dall'immagine in apertura e da quella qui sotto, è un artista visivo-performativo che fa didattica e formazione e che non si sognerebbe mai di commercializzare la sua arte senza una motivazione culturale, non ne azzecca nemmeno una.

Pietroiusti durante una sua performance artistico/avanguardista

Perché?

1) Il fumetto, linguaggio visivo per sua stessa natura, è (o, comunque, può essere) ARTE. Non tutti i fumetti sono arte, questo lo sanno anche gli asini, così come anche gli asini sanno che non tutti i film, i quadri, le opere teatrali, le opere musicali, le sculture e le performance avanguardistiche sono arte. Quindi, per la proprietà transitiva, il fumetto è (o, comunque, può essere) ARTE VISIVA.
E questo è un dato oggettivo. Solo un ignorante può sostenere il contrario.

2) Il fumetto è (o, comunque, può essere) ARTE PERFORMATIVA.
Vent'anni fa, la "mia" associazione culturale nata nel 1997 per lo studio, la diffusione e la promozione del fumetto (Chine Vaganti) fu invitata in un comune della Sardegna in cui si teneva l'incontro dei Consigli Comunali dei Ragazzi di svariati comuni di tutta l'isola.
Si fecero mille iniziative all'aperto, nelle strade e nelle piazze del paese. Centinaia di bambini, ragazzini e adulti furono coinvolti in una miriade di attività ludiche, didattiche, formative e culturali, tra cui le nostre legate al fumetto e al linguaggio per immagini (ARTE VISIVA? Chissà...). I nostri disegnatori si produssero in realizzazioni dal vivo, di fronte a questa marea di persone, disegnando tavole a fumetti su fogli di varie grandezze, da sceneggiature che io e altri sceneggiatori come me avevamo scritto nelle settimane precedenti.
Questo microscopico esempio non è certo né il primo, né l'unico, né l'ultimo e né il più rilevante delle migliaia di altri che da sempre autori (piccoli, medi, grandi e grandissimi), fiere e festival di settore fanno in tutta Italia e in tutto il mondo:
- sceneggiatori riuniti in grandi stanzoni che lavorano a più mani contemporaneamente;
- disegnatori che lavorano con matite, inchiostro di china e/o colori di varia natura su supporti reali (carta, pannelli di altri materiali, muri, ecc.) o virtuali (schermi collegati alle loro tavolette grafiche, ecc.).
Il tutto come esperienze dal vivo, di fronte e a contatto con il pubblico. A quel che mi risulta, l'ARF lo ha sempre fatto, coinvolgendo anche autori di grandissimo livello, che sono assolutamente considerabili e considerati ARTISTI.
Anche la capacità performativa del fumetto è, dunque, un dato di fatto. Solo un ignorante può sostenere il contrario.
Su questo punto aggiungo una piccola nota finale: ma che definizione di merda è "ARTE PERFORMATIVA"? Bleah!

Altra performance artistico/avanguardista di Pietroiusti

Performance fumettistica al Festival ARF (Roma)

Performance fumettistica al Festival ARF (Roma)

3) Il fumetto, come e più di molte altre arti, è un veicolo incredibilmente efficace e STRA USATO da sempre per la DIDATTICA e la FORMAZIONE. E non parlo solo delle tantissime ed eccellenti scuole di fumetto che troviamo in tutta Italia e in tutto il mondo.
Mi riferisco anche alla fenomenale funzione che esso può avere nella didattica a tutti i livelli. Basti pensare a quanto sia utilizzato nei processi di educazione all'immagine per i bambini e i ragazzini (giusto per tornare al fatto che sia o meno un'ARTE VISIVA). Basti pensare a come educa le persone a decodificare e correlare il linguaggio delle parole e quello delle immagini. E a quanto possa essere determinante per lo sviluppo dei processi di logica di base, in virtù della sua peculiare (e certificata) caratteristica di ARTE SEQUENZIALE (definizione coniata da quel genio di Will Eisner, uno degli artisti del fumetto più importanti di ogni epoca). Se poi qualcuno non dovesse aver mai sentito parlare di arte sequenziale in riferimento al fumetto, e se non sapesse a cosa si riferisca, allora è ancora una volta un problema di ignoranza.

Dal 1998, io faccio corsi e laboratori di fumetto nelle scuole (primarie, secondarie di primo e secondo grado, svariate situazioni extrascolastiche, Scuola di fumetto Fumé di Cagliari). Una volta ho portato il fumetto anche all'Università di Cagliari, grazie a un gruppo di studio sul fumetto costituito da (e di) docenti del medesimo ateneo, insieme ad alcuni altri docenti universitari di Roma e Nanterre. Ho fatto ormai centinaia di corsi, laboratori, workshop, mostre e altre attività legate al fumetto con migliaia di allievi. Attraverso il fumetto, i miei allievi hanno studiato e approfondito fatti e personaggi storici, geografia, opere della letteratura, problematiche legate alla salvaguardia dell'ambiente, ai sentimenti, a questioni sociali, alla protezione degli animali a rischio di estinzione. In alcune circostanze ho mixato il linguaggio del fumetto con quello del teatro e con altri linguaggi. Ho lavorato con bambini e ragazzini su questioni relative all'emancipazione femminile, portando in giro uno dei libri a fumetti che ho scritto e pubblicato. E questo, solo per restare nel mio ambito microscopico.
Per ampliare il campo, dico che queste cose le fanno una miriade di altri autori e operatori del settore in mille contesti differenti: dalla scuola pubblica a quella privata, dagli enti pubblici alle biblioteche, dalle librerie ai musei, dalle associazioni alle aziende private, dalle fiere ai festival culturali, ARF compreso (con workshop, laboratori esperienziali, masterclass anche di altissimo livello, ecc.).
Senza contare quanto il linguaggio del fumetto sia utilizzato nelle accademie e nelle scuole d'arte, così come in corsi e scuole di comunicazione, come materia "apripista" e spesso propedeutica per un ventaglio ampissimo di linguaggi artistici e creativi.
Tutte queste cose sulla valenza didattica e formativa del fumetto sono ennesimi dati di fatto. Solo un ignorante può sostenere il contrario.

Fumetto e didattica al Festival ARF (Roma)

Fumetto e formazione al Festival ARF (Roma)

4) Introduco quest'ultimo punto con una serie di domande: quando un pittore vende quadri nel contesto di mostre, fiere e festival di settore, forse non incassa dei soldi per i suoi lavori (o per le riproduzioni/stampe degli stessi)? Qualcuno obietta qualcosa? E se lo fa uno scultore nei contesti appropriati, che succede? Quando si va ad assistere a spettacoli teatrali o musicali, forse non si paga il biglietto? Forse qualcuno ha da obiettare per questo?
Tutto va bene finché non ci sono i famigerati fumetti di mezzo: quei "disegnetti" che ancora qualcuno si ostina pervicacemente a considerare lo scarto dello scarto, ignorando che il fumetto, da sempre e in tutto il mondo, Italia compresa, ha partorito (e continua a partorire) artisti di caratura elevatissima e opere d'arte immortali, spesso rivoluzionarie e, in ogni caso, straordinarie.
Perché dunque l'artista/avanguardista nonché presidente dell'Azienda Speciale Palaexpo di Roma deve porre la questione della necessità di una "MOTIVAZIONE CULTURALE" per l'esistenza di una sezione dedicata al commercio SOLO ED ESCLUSIVAMENTE in rapporto ai fumetti dell'ARF? Forse dà per scontato che in un festival di pittura o scultura o teatro quella motivazione ci sia già per il solo fatto che si tratta di pittura, scultura o teatro, mentre per il fumetto no? Sulla base di quale teoria, convinzione o ragionamento? Sembra evidente che il suddetto artista/avanguardista/presidente ignori totalmente la recente azione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che, attraverso la sua Direzione Generale Creatività Contemporanea, riconosce e include formalmente il fumetto tra le discipline di cui già si occupa: arte contemporanea, architettura, fotografia, videoarte e arti applicate, moda, design.

Che il fumetto fosse un generatore e un veicolo di CULTURA è l'ennesimo dato di fatto che sapevano già tutti, anche gli asini. Solo un ignorante, anzi, un asino ignorante può sostenere il contrario.

L'ARF è uno dei tantissimi festival che sostengono
e promuovono il valore culturale del fumetto

Chiudo con qualche altro quesito.

Ha più rilevanza culturale il fumetto o certa pseudo arte performativa in cui certi pseudo artisti avanguardisti compiono gesti astrusi, eclatanti o perfino idioti, nella vana speranza di scioccare, colpire o turbare qualcuno? Ha più valore culturale la storia mondiale e ultracentenaria di un medium come il fumetto o le supercazzole che certi artisti avanguardisti cercano di somministrare al pubblico per giustificarsi di aver defecato nudi in un parco?
Lei, caro signor Pietroiusti, sa qual è la risposta?
Eh, no che non lo sa! Come non sapeva nessuna delle cose che ha sparato a vanvera sul fumetto per giustificare lo sfratto dell'ARF dall'ex Mattatoio di Testaccio.
Bene, gliela dico io.
La risposta è che se per lei ha più valore la pseudo arte performativa proposta dallo pseudo artista supercazzolaro, la stragrande maggioranza dei fumettisti non si pone neppure il problema. Perché per la stragrande maggioranza dei fumettisti ogni forma di espressione, se è onesta intellettualmente, ha la medesima dignità e ha gli stessi diritti di essere praticata e proposta al pubblico.
Per cui, scenda dal suo piedistallo e, se è davvero l'artista che dice di essere, ragioni con una mentalità votata al dialogo e, soprattutto, alla conoscenza e alla comprensione profonda di ciò che non conosce. Smetta di osteggiare chi è diverso da lei e dal suo mondo. Sia capace di vedere e di ascoltare. Del resto, lo stipendio che lei percepisce quale presidente dell'ente a cui è stato messo a capo, la obbliga deontologicamente a essere un "dirigente di cultura" e non un talebano settario e squadrista.
Faccia la cortesia, svolga con spirito di servizio il suo lavoro.
Oppure lo lasci fare a qualcun altro più dotato, più qualificato, più intelligente, meno snob, meno arrogante e meno ignorante di lei.


Nota (1): ho preso le immagini di Pietroiusti da alcuni siti web facilmente rintracciabili da chiunque.

Nota (2): ho preso le immagini del festival ARF dalla pagina facebook dello stesso festival. Le scritte in quelle foto (ironicamente polemiche) sono state inserite degli stessi organizzatori dell'ARF, a indicare tutto ciò che Pietroiusti non riconosce al medium fumetto e al festival ARF: caratteri che, in realtà, sono parte integrante DA SEMPRE sia dell'uno che dell'altro.
Beata (o maledetta) ignoranza!

domenica 22 novembre 2020

Come NON si scrive una storia: il caso del nuovo spot di Telefono Azzurro













Pochi giorni fa è stato lanciato il nuovo spot del Telefono Azzurro.
Ci sono una marea di cose sbagliate in questo "lavoro", realizzato dall’agenzia di comunicazione Havas Milan (un grosso network con quartier generale a New York, 20.000 dipendenti in 100 Paesi del mondo e due sedi italiane a Milano e Roma) con l'approvazione convinta dei vertici dello stesso Telefono Azzurro.
I problemi (gravissimi) riguardano proprio l'ideazione, la scrittura e la realizzazione dello spot, e vengono molto prima delle implicazioni “a valle” che hanno scatenato (a buon diritto) l’ira degli amanti degli animali e degli animalisti (due “categorie” non necessariamente coincidenti), degli educatori e di moltissimi cittadini italiani.
Sono lacune (ma è più appropriato parlare di voragini) di natura tecnica e creativa. Errori che qualsiasi studente di un corso base di comunicazione risolverebbe, grazie ai suoi docenti e a una sufficiente applicazione negli studi, fin dalle primissime lezioni.
Ne indico alcuni.

1) La decisione di ambientare la vicenda in una situazione di emergenza che richiama, in via prioritaria, l’intervento dei Vigili del Fuoco e non del Telefono Azzurro. Questo è il primo errore grossolano: se vuoi parlare di un problema (specie in uno spot di pochi secondi), concentra l’attenzione del pubblico su quel problema, senza disperderla in altre direzioni.

2) La presenza del cane. Il motivo è lo stesso del punto 1. Perché aggiungere un altro elemento di “distrazione”, se l'obiettivo è parlare dei bambini? Anche in questo caso, si aggiunge un problema al problema. E cominciano a venire i dubbi su quale sia la vera missione da compiere, quale l’obiettivo da raggiungere, quale il target di riferimento: a chi sta parlando questo spot? Agli adulti? Ai bambini? Agli animalisti? Ai sostenitori della supremazia dell’essere umano nei confronti degli animali?

3) La “pseudo metafora” che i vertici del Telefono Azzurro hanno tirato goffamente in ballo, dopo le accuse piovute da tutta Italia: il tizio che salva il cane non avrebbe – SECONDO LORO – scelto tra il cane e i bambini, ma avrebbe salvato il cane come metafora del fatto che i bambini ai suoi occhi sono invisibili. Beh, cari miei, le metafore sono tutta un’altra cosa. Questa non è e non può essere una metafora. Andare a scuola, please!

4) L’hashtag “primaibambini”: una roba che fa venire i brividi e che si commenta da sola. Ma che soprattutto distrugge in modo definitivo la scusa della “metafora” tirata in ballo dai vertici del Telefono Azzurro: infatti, con l’hashtag “primaibambini” si sta mettendo chiaramente in evidenza LA SCELTA CONSAPEVOLE che il tizio fa tra il salvataggio del cane e quello dei bambini. Una maldestra contraddizione, quindi, che fa incavolare ancora di più le folle (chi è causa del suo mal…).

5) Nel finale non si capisce quale debba essere il pensiero che il pubblico deve partorire: i due bambini dovrebbero chiamare il Telefono Azzurro per “denunciare” il tizio che ha salvato il cane e non loro? Oppure dovrebbero chiamare i Vigili del Fuoco per farsi salvare la vita? (ammesso che, in quella condizione siano in grado di fare una telefonata a qualcuno!).

6) In tutto lo spot è pressoché impossibile per qualsiasi spettatore identificarsi in uno dei personaggi o nella situazione raccontata. E questo è piuttosto curioso, in uno spot che pretende dichiaratamente di essere scioccante e provocatorio! Se nessuno si identifica in niente, spiegatemi voi, cari geni del Telefono Azzurro o dell’agenzia di comunicazione Havas Milan, come possiamo scioccare o provocare! L’unica provocazione che suscita questo “lavoro” è quella sull’intelligenza dello spettatore! E infatti, a mio parere, questa robaccia ha fatto indignare tutti non tanto e non solo per la scelta (irreale/surreale) tra cane e bambini, quanto perché tratta gli spettatori da idioti.

7) Alla fine dello spot, nei penosi testi che appaiono in video, c’è pure il riferimento a questi tempi “di pandemia”. La domanda parte in automatico: cosa c’entra la pandemia, in rapporto a tutto quello che vediamo nello spot? La risposta è, ovviamente, NIENTE DI NIENTE. Ma, tanto… tutto fa brodo, giusto? L’importante è che se ne parli. Che tristezza!

8) Indisponente è, poi, anche il richiamo agli action movie americani: nella situazione alla “Die Hard”, nella colonna sonora, nel tizio-eroe che, mentre tutti fuggono via dal palazzo in fiamme, decide con “encomiabile coraggio e sprezzo del pericolo” di salire su per le scale per compiere il suo gesto/atto eroico (è del tutto evidente che lo fa solo per lo spettatore e non per se stesso o per chi potrebbe/dovrebbe/vorrebbe salvare). Insomma: è tutto finto, fasullo, farlocco e posticcio. Non c’è un solo grammo di coinvolgimento emotivo. Non c’è il benché minimo briciolo di empatia.

9) Ah, poi… ovviamente i bambini non strillano (così... magari per farsi notare... magari per “risvegliare” il tizio-eroe dalla sua presunta e assolutamente NON credibile cecità che gli fa vedere e salvare solo il cane!).

10) I vertici di Telefono Azzurro hanno dichiarato che l’obiettivo di questo spot era quello di attirare l’attenzione sul problema dei bambini (ancora più bistrattati e ignorati del normale, in questo periodo di pandemia). E hanno deciso di farlo in modo duro e scioccante. Tuttavia, non hanno attirato l’attenzione di nessuno sul problema dei bambini, anche perché produrre uno spot-porcheria non vuol dire scioccare. Per scioccare qualcuno in uno spot di pochi secondi, occorre focalizzarsi su un argomento/questione e lavorare a fondo su quello. Qui si è aggiunto di tutto e, alla fine, il problema dei bambini in rapporto alla mission di Telefono Azzurro è sparito dai radar. Anzi, non c’è mai stato, dal primo all’ultimo fotogramma. In comunicazione NON si lavora così. E la creatività non è aggiungere un incendio in cui un tizio-eroe alla Bruce Willis risale le scale come un salmone, mentre tutti gli altri fuggono via dal palazzo in fiamme. Non è far salvare un cane al tizio-eroe-Bruce-Willis, mentre due bambini sono lì, accanto al cane, e lui nemmeno li vede! Scioccare il pubblico con la creatività si può anche fare. Ma, obiettivamente, questo spot può soltanto fare inorridire non solo lo spettatore medio, ma qualsiasi persona che abbia un’infarinatura (anche minima) di come si scrive una storia.

Insomma...
Soggetto, sceneggiatura e regia: sbagliati, sballati e atroci in senso assoluto (sarebbe bastata una sommaria lettura dello script per capire immediatamente che questo “lavoro” era destinato a diventare un bagno di sangue, un flop totale, un naufragio penoso).
Obiettivi di comunicazione: inesistenti.
Target di riferimento: non pervenuto.
Tono della comunicazione: cannato in pieno.
Conoscenza del cliente (Telefono Azzurro) e della sua mission: zero (ma non solo da parte dell’agenzia di comunicazione; perfino il cliente, infatti, ha dimostrato di non conoscere se stesso; il che farebbe anche ridere, se non ci fosse di mezzo il rispetto per i bambini!).
Deontologia professionale: sotto la suola delle scarpe.

P.S.: non metto il link al video (pubblicato sulle pagine facebook di Telefono Azzurro e dell’agenzia Havas Milan) per il semplice motivo che non voglio contribuire a dargli visibilità su un mio “canale”. Ma potete facilmente trovarlo, almeno finché qualche autorità con un po’ di sale in zucca non lo bloccherà, costringendo i suoi autori a cancellarlo per sempre, per oltraggio all’umana intelligenza. Mi è costata una grande fatica pubblicare anche solo l’immagine che vedete al principio di questo post, in cui si possono leggere le pessime parole che appaiono in video nella parte finale di questo obbrobrio.

P.S. (2): lo spot è stato ritirato stasera stessa (22 novembre 2020). Era davvero l'unica cosa da fare. Amen.

lunedì 11 maggio 2020

SPAM - ovvero: uno spritz, qualche skill (senza la esse del plurale) e la fine del lockdown

Adesso si sono inventati anche la (pseudo) università che ti insegna a diventare carismatico.
Cioè... ti mandano una mail senza che tu abbia mai dato loro il tuo indirizzo di posta elettronica e ti fanno la proposta con un linguaggio (secondo loro) friZZZZZante e super GGGGGiovane. Sono convinti di intortarti con l'esempio più debole e fuorviante possibile: sei seduto con un amico al bar per l'aperitivo. Uno spritz (uno spritz, vabbé... quello dell'esempio sono io!). Tu tieni le redini della conversazione e, per questo, ti senti un dio. Il tuo amico pende dalle tue labbra. La tua autostima è ai massimi universali. Poi un gruppo di ex compagni di scuola del tuo amico (che tu non conosci) si avvicina al tavolo. Il tuo amico li invita a sedersi con voi. Da quel punto in avanti ti sgonfi come un palloncino. Da splendido diventi opaco fino a scomparire. Ti senti inutile, insignificante, trasparente, inesistente. Ti imbarazzi, fai scena muta, non sai cosa dire e perdi tutto il tuo carisma.

Come fare?
Beh, ovvio! Ti iscrivi alla (pseudo) università che ti insegna a essere carismatico e risolvi tutto, no?

Allora...

(1) Il carisma, tra gli esseri umani, è merce rara, e funziona proprio (e solo) perché (e quando) è merce rara.

(2) La differenza che intercorre tra l'essere carismatici e l'essere intrattenitori "da spritz" è la stessa che intercorre tra un leader e un capobranco capace di sollevare la voce per fare leva sugli istinti più bassi della massa ignorante che pende dalle sue labbra (oltre che dai suoi intestini).

(3) Questa gente NON vende certo carisma (chi non ne ha, non può venderne... mi pare chiaro; e poi, il carisma non si vende!). Ciò che vende è una squallida maschera buona solo per blaterare a vanvera, anche quando non ne hai nessuna voglia e anche quando non ce n'è il minimo bisogno.

(4) Ma ve lo immaginate un mondo fatto solo di persone carismatiche? Due palle mortali e un casino pazzesco, come minimo. Tutti a sgomitare per tenere banco, l'uno di fronte all'altro, l'uno sull'altro, l'uno dentro l'altro.

(5) Se qualcuno ha problemi di socialità e di socializzazione, esistono già gli specialisti che possono occuparsi di lui; sono medici e/o esperti qualificati, laureati, titolati, forniti di esperienza.

(6) Se volevano "vendere" questa ciofeca, forse potevano fare leva sullo sviluppo della parlantina e delle capacità persuasorie per coloro che vogliono diventare venditori di qualsiasi cosa. Ma anche in questo caso, ci sono gli esperti titolati e le scuole specializzate. Insomma, non c'era senz'altro bisogno di loro.

(7) Non hanno capito che quando qualcuno mi parla di "skills" (oltretutto con la esse del plurale!!!), a me cominciano a venire le bolle in tutto il corpo.

(8) Sarei curioso di sapere quanti boccaloni si iscriveranno a questa (pseudo) università della farsa omologatrice.

(9) Ma chi minchia gliel'ha dato il mio indirizzo mail?

(10) SPAM.

P.S.: dimenticavo!
Questi hanno esordito dicendo che tra poco finirà il lockdown (altro inglesismo che mi fa venire le bolle in tutto il corpo), e quindi dobbiamo prepararci a quello che verrà quando potremo di nuovo vivere in società. Come se il mondo stesse iniziando oggi! Come se in due mesi avessimo disimparato tutto! Come se questi fossero Dio e noi tanti piccoli e stupidi pezzettini di fango da plasmare. MAVAFF...

martedì 25 febbraio 2020

Eventi culturali, laboratori nelle scuole... chi scrive i bandi? Chi amministra?

Come si fa a infilare nella testa di chi scrive i bandi per finanziare gli eventi culturali il concetto (elementare) che portare tremila persone ad ascoltare un famosissimo e fighissimo e seguitissimo decerebrato che blatera stronzate a sproposito vale molto meno (in termini di ricadute di ogni genere) che portare trenta persone capaci di interagire con un autore degno di essere chiamato tale?
A quel punto, che si facciano i festival di intrattenimento per decerebrati. Ma con altri fondi rispetto a quelli destinati alla cultura.

Come si fa a infilare nella testa di certi amministratori il concetto che gli stessi amministratori sono (e devono essere) complementari e non alternativi rispetto ai professionisti che organizzano eventi?

Come si fa a infilare nella testa di chi scrive i bandi per finanziare le attività laboratoriali nelle scuole il concetto che avere trenta esperti con trenta mini workshop di un'ora ciascuno non è un vantaggio ma una devastazione per i bambini, per i docenti, per la scuola e per gli stessi esperti (che in questo modo non riusciranno mai a fare un lavoro organico e "compiuto")?

Ci vuole molto a capire che, anno dopo anno, le attività di questo genere sono gestite in maniera sempre più scadente, dilettantesca, improduttiva e imbecille da chi ne detta le "regole di ingaggio" e che, al contrario di ciò che fa, dovrebbe mettersi (senza SE e senza MA) al servizio del sistema cultura-formazione-istruzione?

E ci vuole molto a capire che in questo modo si buttano al cesso soldi pubblici per far fare figure di merda a progettisti, operatori e formatori di ogni genere, dirigenti scolastici e docenti?

L'impressione è che chi scrive certi bandi, detta certe regole e fissa certi parametri non conosca una beata fava dei mondi che cerca di regolare, provocando solo casini e scontento.

Il progresso dovrebbe portare cambiamenti migliorativi.
Se porta peggioramenti, allora non è progresso: è solo cambiamento fine a se stesso, se non addirittura regresso, involuzione e decadenza.

E, francamente, a quel punto, è meglio tornare indietro di vent'anni, a quando non c'era la tendenza compulsiva a fare numeri "tanto per fare numeri" e si potevano organizzare laboratori veri e propri nelle scuole, con percorsi organici e risultati utili e funzionali alle esigenze didattiche. O manifestazioni culturali senza finti artisti che portano folle inutili, solo perché hanno mezzo milione di follower nelle loro pagine social.

venerdì 31 gennaio 2020

"La storia non mi piace" è un'affermazione senza senso

Un buon obiettivo per chi lavora con i bambini e con i ragazzi sarebbe quello di ragionare sul fatto che non è rilevante che la storia possa/debba piacere o meno a qualcuno. La storia è indispensabile per l'umanità nel suo complesso e per ciascun singolo essere umano. Stesso dicasi per la memoria (anche se storia e memoria, per quanto strettamente correlate, non sono la stessa cosa).
Senza storia e senza memoria perderemmo l'umanità.

E invece siamo lì a dire "la storia mi piace" o "la storia non mi piace", come se fossimo di fronte a una vetrina di pantaloni o di scarpe. Questo succede soprattutto ai più giovani, anche perché gli adulti ci sono già passati e, almeno nelle ultime generazioni, hanno scelto il "non mi piace". Poi da lì sono partiti per eliminare storia e memoria prima ancora di affrontarle. Il passo successivo è la inevitabile trasmissione ai figli di questo atteggiamento superficiale e menefreghista.

Quando minimizziamo l'importanza della storia e della memoria, minimizziamo noi stessi. Ci squalifichiamo come individui e come specie. Contribuiamo ad accelerare quella involuzione terribile che abbiamo innescato da qualche decennio e che non riusciamo a vedere per via delle meraviglie tecnologiche di cui ci siamo circondati. Meraviglie che ci fanno sentire giovani, moderni, aggiornati, al passo con i tempi, ecc. Purtroppo il tasso di tecnologia non corrisponde affatto al tasso di umanità. Perché l'uomo non è solo quello che inventa e che produce.

Bisogna vedere cosa resta di umano dopo ogni svolta tecnologica, dopo ogni invenzione, dopo ogni prodotto realizzato e consumato.

Capisco anche (e molto bene) che a un bambino o a un adolescente la storia possa non piacere. Ma questo, con buona pazienza di tutti, non importa. Non è rilevante.

La storia non ci deve piacere (non per forza, almeno!). E noi dobbiamo imparare che non tutto quello che ci serve per vivere, per crescere e per essere individui migliori deve per forza essere un divertimento, un gioco o una cosa piacevole.

Tuttavia capisco (e so) che, se i ragazzi si limitano al "non mi piace" per trovare la scusa del loro disinteresse, la responsabilità è di chi - tutti i giorni - ha la possibilità (e magari il compito/dovere) di spiegargli che storia e memoria non sono prodotti di consumo acquistabili in un distributore automatico: genitori, insegnanti, formatori ed educatori di vario genere e livello. E, ancora più a monte, parlamentari e ministri.

Senza dimenticare poi quei finti politici che, pur di grattare qualche votarello in più dalla pancia (o dall'intestino) degli elettori, la storia la falsificano, la nascondono e la calpestano.

Il giorno che capiremo tutti quanti che un'affermazione come "non mi piace la storia e quindi non la studio", ha grossomodo lo stesso valore di "non mi piace fare la pipì e quindi non piscio", cominceremo a ritrovare la strada che abbiamo perso.

Prima di studiare la storia nei libri, occorre riconoscerla e prendersene cura come una delle cose più preziose che il genere umano possa avere. In tutte le epoche e a tutte le latitudini.

Proprio come la memoria.

mercoledì 25 ottobre 2017

L'Associazione Culturale Chine Vaganti compie 20 anni!

Il 10 novembre 2017 l'Associazione Culturale Chine Vaganti festeggerà i suoi primi 20 anni di attività.
Nella primavera del 1997, a San Gavino Monreale (Medio Campidano - Sardegna), io, Marcello Lasio e Andrea Fiori, spinti dalla nostra passione per il fumetto, ne abbiamo gettato le basi. Nel giro di pochi mesi Maurizio Nonnis, Giorgio Concu e Giorgio Casu si sono uniti a noi e, in sei, abbiamo deciso di costituirci in Associazione Culturale.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, decine di nuovi soci si sono uniti a noi (alcuni per poco tempo e altri per anni). Tutti insieme abbiamo fatto un lungo percorso che continua ancora oggi. Un percorso di autoproduzioni, eventi culturali, formazione e tanto altro.
Oggi il gruppo conta una ventina di membri attivi e almeno quattro generazioni differenti di soci. La più giovane, Laura Vacca, ha la stessa età dell'Associazione: 20 anni!
20 anni di fumetti, 20 anni di storie, 20 anni di disegni, 20 anni di laboratori nelle scuole, 20 anni di concorsi, mostre, rassegne e tanto, tanto altro. Comprese varie "incursioni" nella poesia, nel teatro e nel cinema.
20 anni di viaggi e di esperienze in Sardegna e nella penisola, con qualche puntata anche all'estero.
Molti di noi, da semplici appassionati, sono diventati professionisti e oggi pubblicano per diverse case editrici, alcune delle quali di grande prestigio. Molti altri lo diventeranno presto.
In questi 20 ANNI DI VITA abbiamo conosciuto una quantità sterminata di persone e abbiamo accolto un numero difficilmente misurabile di giovani e meno giovani all'interno del gruppo.

Venerdì 10 novembre 2017 festeggeremo il nostro ventesimo compleanno a San Gavino Monreale, il comune in cui si trova da sempre la nostra sede. Lo faremo con gli amici delle associazioni culturali Skizzo e Kenemèri, e con il sostegno del Comune di San Gavino Monreale.
In programma c'è la realizzazione di un murale dedicato al nostro indimenticabile MAESTRO Angelo "Tatano" Corrias, il lancio di una nuovissima iniziativa editoriale firmata Chine Vaganti e altro ancora.

Naturalmente siete TUTTI invitati a partecipare!
A partire da oggi fino al 10 novembre 2017, tenete d'occhio questo blog ma anche la pagina facebook dell'Associazione Culturale Chine Vaganti, per sapere COSA, DOVE, COME e IN QUALI ORARI.

sabato 10 giugno 2017

Suggestioni sardo-campidanesi

C'è un periodo dell'anno, tra la metà di maggio e la fine di giugno, in cui l'aria e la luce del mattino rendono le cose diverse.


Quasi magiche.


Qui dove vivo io, in Sardegna, nella pianura del Campidano, questo succede in modo particolare nelle giornate limpide e senza vento o, forse ancora meglio, quando soffia un leggerissimo e quasi impercettibile Maestrale che ripulisce l'aria.


In queste giornate, che poi spariscono quando l'estate prende il sopravvento, ci sono dei luoghi, nel Campidano, che si caricano di un fascino ancora superiore a quello che hanno per la loro stessa natura.


Sono le case tradizionali campidanesi, fatte di mattoni crudi (làdiri) e piene di antichi oggetti che fino a quarant'anni fa erano di uso comune per la gente di queste parti.


Visitare queste case nelle mattine limpide dell'ultimo mese di primavera è un'esperienza che non si può nemmeno descrivere a parole.


Bisogna provarla per capire cosa intendo.


Bisogna viverla.


E bisogna viverla in religioso silenzio.


























venerdì 21 aprile 2017

Sabato 22 aprile 2017 comincia la 2ª edizione della FIERA DEL LIBRO DI IGLESIAS


Sabato 22 aprile 2017, alle ore 9.00 del mattino, comincia la seconda edizione della Fiera del Libro di Iglesias.

Una maratona di quattro giorni a base di libri, autori, eventi, workshop, mostre, spettacoli, tavole rotonde e incontri di varia natura all'aperto (negli splendidi scenari del centro storico di Iglesias) e al chiuso.

A corredo di queste righe pubblico il programma completo della manifestazione.

Io avrò "da fare" in ciascuno dei quattro giorni.

Comincio proprio il 22 alle 9.00 con una "colazione d'autore" che si terrà in Piazza Pichi presso il Cafè Letterario Electra e che avrà come tema la celeberrima Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, un libro che ha 101 anni sulla groppa, ma che (per molti "versi") è ancora assai più giovane di tutti noi!

Alle 11.00 (sempre del 22 aprile e sempre in Piazza Pichi) sarò impegnato nel primo appuntamento della fiera con il libro a fumetti 
La principessa che amava i film horror (Tunué editrice, Latina, 2014-2016).
Il libro, da me sceneggiato, sarà oggetto di una curiosissima "drammatizzazione con attori in carne e ossa e burattini", a cura degli studenti dell'Istituto Magistrale Baudi di Vesme. Questo "spettacolo" si ripeterà ogni mattina  alle 11.00, nei quattro giorni della Fiera (con variazioni che, al momento, sono ignote anche a me!)!


Segnalo, inoltre, che domenica 23 aprile alle ore 18.30, presso il teatro Electra in Piazza Pichi, parteciperò all'incontro di autori dal titolo Sardegna, terra fantastica. Con me ci saranno Andrea Atzori (scrittore e sceneggiatore), Andrea Pau (scrittore e sceneggiatore), Daniele Serra (illustratore, pittore e disegnatore di fumetti), Marcello Lasio (sceneggiatore) e Jean Claudio Vinci (disegnatore di fumetti e illustratore). Insieme cercheremo di esaminare un annoso "non-problema" che, purtroppo, per molti è diventato o (è sempre stato) un problema vero e proprio: come mai una certa intellighenzia sarda non vede di buon occhio (o non accetta per niente!) che la narrativa, il cinema, il fumetto o altri mezzi di comunicazione, partendo dalla storia, dalla mitologia e dalle vestigia delle antiche civiltà che hanno popolato l'isola in tempi remoti, arrivino a realizzare opere di pura fantasia?


Intanto leggete bene il programma (che offre spunti per tutti i gusti e per tutte le età) e considerate l'opportunità di recarvi a Iglesias, città ricca di storia e cultura situata nel sud ovest della Sardegna, dal 22 al 25 aprile prossimi!

Il tema di quest'anno è LA PADRONA DELLA FESTA intesa come la Terra, il pianeta del quale noi siamo solo ospiti, e non sempre del tutto degni.

 

sabato 25 marzo 2017

Un incontro a sorpresa con il grande Galep, nella città di Iglesias

Ieri mattina sono stato ospite dell'Istituto Comprensivo Pietro Allori di Iglesias, città che ha ricoperto ruoli di grande rilievo in diversi periodi della storia della Sardegna.

La facciata dell'Istituto comprensivo Pietro Allori di Iglesias

Lo scopo della mia presenza in città era un incontro in cui un gruppo di studenti del Liceo Scientifico G. Asproni (sempre di Iglesias) ha presentato ai bambini della scuola primaria il libro a fumetti La principessa che amava i film horror (Tunué, 2014-2016), di cui io sono co-autore.

La principessa che amava i film horror
(Tunué, 2014-2016)

Appena arrivato, ho appeso il giubbotto nel corridoio fuori dall'aula in cui si sarebbe dovuto tenere l'incontro, e... proprio accanto al "mio" attaccapanni, c'era un pannello con la riproduzione di alcuni documenti d'epoca. Tutti i corridoi del "Pietro Allori" ospitano, di fatto, una nutrita mostra di documenti e fotografie di circa 100 anni di storia dell'istituto.
Ma il pannello accanto al quale io ho appeso il mio giubbotto era davvero "speciale". Un pannello dedicato ad Aurelio Galleppini, disegnatore fondamentale per la storia del fumetto italiano che, tra le tante cose, ha dato forma grafica a Tex Willer, il personaggio del fumetto italiano più celebre di tutti i tempi.

Aurelio Galleppini, in un autoritratto molto conosciuto

Io, naturalmente, sapevo delle origini sarde di Aurelio Gelleppini. E sapevo anche qualcosa di alcune sue esperienze professionali "vissute fisicamente" in Sardegna.
Infatti, una delle persone a me più care per quanto riguarda il fumetto (e molto altro) fu allievo di Galep nella Cagliari ancora distrutta dai bombardamenti, al termine della Seconda Guerra Mondiale. Mi riferisco, ovviamente ad Angelo "Tatano" Corrias, disegnatore, pittore, fotografo, ma, soprattutto, persona meravigliosa e irripetibile.

Angelo "Tatano" Corrias, quando era fotografo pubblicitario
all'Agenzia Armando Testa (Torino)

Signor Tatano (come lo chiamavamo a San Gavino Monreale, il nostro paese d'origine) non nascose mai il suo debito di riconoscenza artistico e professionale nei confronti del grande Galep, e parlava sempre di lui come di un grande maestro e un grande signore. Le prime 32 pagine del numero 23 di Tex (intitolato Piutes! e pubblicato nel giugno del 1962) furono disegnate proprio da Angelo Corrias (naturalmente la prima pubblicazione di quelle tavole risale a qualche tempo prima, sugli storici albetti in "formato striscia" del ranger più forte del mondo). Insomma, Angelo "Tatano" Corrias, un sangavinese come me, dopo essere stato allievo di Galep era diventato addirittura un suo collaboratore!

L'albo di Tex n.23, Piutes!
(Giugno 1962)

Per concludere, io sapevo delle origini sarde e di alcuni trascorsi in Sardegna del grande Galep, ma ignoravo che fosse stato allievo della Scuola Maschile Pietro Allori di Iglesias nell'anno scolastico 1925-26.
E, naturalmente, appena ho visto questo pannello mi sono emozionato sul serio!

L'elenco degli alunni della classe di Galep
alla Scuola Maschile Pietro Allori di Iglesias
Anno Scolastico 1925-26

La pagella di Galep (Anno Scolastico 1925-26)

La città di Iglesias e l'Istituto Comprensivo Pietro Allori
ricordano il grande Galep