se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

sabato 14 marzo 2015

Super Pro: tredici anni di fumetti in undici copertine

Ecco a voi le undici copertine della rivista 44 Gatti (Gaghi Editrice, Milano) in cui è finora apparso il mio personaggio Super Pro.
La prima è datata maggio 2002, mentre l'undicesima (ultima fino a ora) risale al mese di luglio 2014.

Maggio 2002.
Prima cover di Super Pro, in corrispondenza del suo
esordio editoriale sulla rivista 44 Gatti.

Tutte queste illustrazioni sono opera di Luca Usai, co-creatore della serie nonché disegnatore di numerosi episodi.

Maggio 2003.
A distanza di un anno, il super procione torna in prima pagina.

Ho parlato varie volte di Super Pro in questo blog, ma, per chi non dovesse conoscerlo, riepilogo in breve le informazioni principali:
1) Super Pro è il personaggio titolare dell'omonima serie a fumetti creata da me e da Luca Usai nel 1999;
2) a partire dal mese di maggio del 2002, le sue avventure sono pubblicate sulla rivista per ragazzi 44 Gatti (Gaghi Editrice, Milano);
3) finora sono state pubblicate 75 storie (71 delle quali sceneggiate da me);
4) la 76esima storia uscirà, sempre su 44 Gatti, a maggio 2015, completando il tredicesimo anno consecutivo di pubblicazioni.

Settembre 2004.
Per la prima volta appaiono in copertina Bebo, Ale e Tore,
i tre inseparabili amici di Super Pro.

Per chi volesse approfondire, e magari leggersi qualche storia di Super Pro, è sufficiente cliccare QUI e scorrere verso il basso con lo scroll (si tratta di tutti i post con etichetta Super Pro pubblicati sul blog, compreso questo).


Luglio 2006.
Super Pro con Bebo, Ale e Tore
nella prima cover estiva della loro carriera.

Luglio 2008.
A due anni esatti di distanza dall'ultima cover,
i nostri eroi tornano in prima pagina.

Luglio 2009.
Passeggiata in gommone sulle rapide, con Tore e Ale che si
divertono un mondo, mentre Bebo pare un po' preoccupato.

Dicembre 2009.
La rivista 44 Gatti vince il Premio Nazionale "Città di Chiavari",
assegnato al miglior giornalino per ragazzi. Super Pro celebra
l'evento in copertina, insieme agli altri personaggi della rivista.

Settembre 2010.
I nostri eroi, felici tra le nuvole.

Maggio 2012.
Un insolito Super Pro in costume Seminole veglia dall'alto
sulla danza intorno al fuoco dei suoi tre piccoli amici.

Maggio 2013.
I nostri eroi salutano la primavera con un volo
su un tappeto volante un po'... "diverso" dall'originale.

Luglio 2014.
Super Pro fa un'allegra passeggiata sott'acqua
per sfuggire alla canicola estiva.

Super Pro © Daniele Mocci e Luca Usai

mercoledì 11 marzo 2015

Marcello e Sofia #11

La tavola di Marcello e Sofia che posto oggi è la n. 11 della serie, ed è stata pubblicata per la prima volta sul bimestrale Tempodì (Gaghi Editrice, Milano) nel febbraio 2009.

La vicenda si fonda su un "gioco" a duplice mandata: da una parte c'è il luogo comune della moglie che non vuole sentire ragioni dal marito, qualsiasi cosa lui abbia fatto. Ma anche qualsiasi cosa lui abbia o meno intenzione di fare o di dire. Dall'altra parte c'è l'utilizzo della tecnica della ripetizione, che serve a costruire il (piccolo) colpo di scena finale, in cui il ritornello del "Te l'ho detto mille volte" prosegue e si conclude, con un significato esattamente opposto rispetto a quelli delle vignette precedenti.

Intanto, la serie di tavole autoconclusive che ha per protagonisti questi due coniugi pensionati va avanti. Il prossimo episodio inedito a essere pubblicato "su carta" sarà il n. 48, che uscirà come al solito sulla rivista Tempodì, nel numero di aprile 2015.

Marcello e Sofia © Daniele Mocci & Luca Usai

giovedì 26 febbraio 2015

La parola a Mr. Job (16)

Fiasco Romantico, Cielo Nero e Cuore Divino


Buongiorno a tutti.

L’ultima volta che ho “esternato” su questo blog risale a poco più di un anno fa.
Il tempo passa, ma la situazione economica italiana è ancora da pieno sottosviluppo. Anzi, lo è sempre di più, malgrado i proclami di fantasmagorici cambiamenti che sarebbero “ormai alle porte” (negli ultimi 20 anni non abbiamo sentito altro, senza vedere assolutamente niente), e malgrado il pessimo ottimismo risciacquato che molti pseudo politici continuano a vomitare a pioggia sulle teste della gente (anche questa pratica ci ha riempito i cervelli, le orecchie e soprattutto le palle negli ultimi 20 anni). Bisognerebbe che tutti gli italiani, ogni giorno, mandassero una mail alle due camere del parlamento e una al governo. Ogni giorno sempre la stessa mail.
Con lo stesso testo: “Non crediamo a una sola parola di quello che dite, anche perché sappiamo con certezza che voi siete i primi a non credere a una sola parola di quello che dite”.
Comunque, mentre in questi ultimi mesi sto cercando di perfezionare un accordo che potrebbe riportarmi a pubblicare sulla carta stampata, continuo a ricevere miliardi di lettere e di mail.
Chi mi scrive? Sempre e solo persone comuni che vorrebbero vivere con dignità, grazie ai frutti del proprio lavoro. Purtroppo il fisco, lo Stato e altri simili “entità” portatrici di sventura, carestia e indicibili disgrazie si inventano di tutto per impedirlo.
Ma le piaghe che affliggono questa Italia derelitta non sono solo di natura fiscale e statale. Ci sono anche quelle di natura umana che provengono da “certe” categorie di persone.
Per farvi solo un esempio, ho scelto questa lettera:

Caro Mr. Job, mi chiamo Ilda. Sono nata a Ostuni, la città dove ho sempre vissuto e dove lavoro. Ho 39 anni e sono un copywriter (scrivo testi per la pubblicità). Da 15 anni lavoro in coppia con Renato, un bravissimo art director. Insieme a lui, mi occupo di comunicazione pubblicitaria.
Come tutti i professionisti, in tanti anni di lavoro mi sono capitate cose e persone di ogni genere. Tuttavia, sarà anche per via della crisi economica che ormai dura da otto anni, penso di essere sul punto di perdere la pazienza.
Qualche settimana fa, un cliente è venuto nel nostro studio.
Un produttore di vino.
Ci ha chiesto di pensare ai nomi di otto nuovi vini da imbottigliare e alla grafica delle etichette.
Benissimo. Dare il nome a un prodotto è uno dei lavori che amo di più. Io e Renato gli facciamo il preventivo. Lui storce un po’ il naso. Eppure siamo stati bassi. Il prezzo è inferiore (anche in termini assoluti) a quello che gli avremmo fatto nel 2007. Lui ci chiede uno sconto. A malincuore ci tagliamo un’ulteriore fettina di culo (lei si può immaginare, caro Mr. Job, quante fettine di culo ci siamo dovuti “asportare” in questi anni, tra clienti che vogliono lo sconto, clienti che non pagano per niente e un’infinità di tasse truffaldine che crescono in maniera oscena e ingiustificabile, a prescindere dal volume di lavoro sviluppato).
Dopo qualche giorno, io e Renato presentiamo al cliente due diverse proposte per gli otto nomi dei suoi otto vini. Lui non legge il documento in cui ci siamo sforzati di illustrare il lavoro di ricerca svolto e le motivazioni delle scelte fatte. Non ascolta neppure la presentazione “orale” che io e Renato gli facciamo. Mentre noi gli parliamo, lui risponde a una trentina di sms (o messaggi WhatsApp). Risponde tre volte al telefono: sua madre, sua moglie e un amico con cui ha una partita di calcetto l’indomani alle 20,30. Alla fine della presentazione ci dice che non abbiamo colpito nel segno.
Non abbiamo centrato il cuore delle sue esigenze. Ma non importa, lui ha già la soluzione. Ha parlato con sua moglie e lei gli ha proposto tre ottimi nomi. Un altro paio glieli ha proposti sua madre. Quella santa donna sì che capisce lo spirito dell’azienda! Non come me e Renato che, alla fine, facciamo questo lavoro solo per essere pagati. I tre nomi mancanti li ha in testa lui. In realtà ce li aveva in testa già da prima di commissionarci il lavoro, e io gli avevo detto che era nel suo interesse lasciar perdere perché dovevamo inserire gli otto nomi in un discorso “di gamma”, e quindi andava fatto un lavoro di ricerca a monte per poi trovare i nomi a valle e non viceversa.
Non c’è stato modo di fargli cambiare idea, anche perché questo genio del marketing non aveva altro tempo da perdere con noi. Quindi a noi non restava che impaginare quegli otto nomi che lui e le sue donne avevano deciso. Robe tipo Fiasco Romantico (un nome, una garanzia), Cielo Nero (sinistro presagio) e Cuore Divino (l’apoteosi della banalità), solo per citarne tre.
Morale della favola: il genio del marketing ha tagliato di netto il compenso per la creazione degli otto nomi, dato che il lavoro lo aveva fatto lui. E, qualche settimana dopo, quando ha capito che nessun consumatore si sarebbe filato le sue nuove bottiglie, si è pure incazzato con noi. Questo è accaduto dopo che le otto bottiglie sono rimaste esposte inutilmente negli scaffali dei negozi con il 50% di sconto-lancio. La motivazione? A causa della “grafica non adatta”, i suoi otto nomi non hanno avuto la giusta rilevanza. Risultato: il compenso, già scontato in partenza, ha subito un ulteriore taglio e il nostro lavoro è stato deturpato dai quei nomi indecenti.
Neanche a dire che il cliente è da considerarsi perso. E, forse, dopo quanto le ho raccontato, questo è l’unico dato positivo della storia. Lei che ne pensa?

Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di stare al proprio posto.
Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di capire quale sia il proprio posto.
Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di occuparsi al meglio del proprio lavoro.
Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di affidarsi al lavoro degli altri.
Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di riconoscere il lavoro degli altri.
Penso che in Italia ci siano pochissime persone capaci di rispettare il lavoro degli altri.
Penso che in Italia, oltre a esserci 60 milioni di allenatori di calcio, ci siano anche 60 milioni di pubblicitari convinti di saper scrivere, di saper fare grafica e di saper fare siti web.
Penso che l’Italia sia uno dei bacini di analfabetismo di ritorno più grandi del mondo.
Anzi, di sicuro è quello più grande.
Penso che se l’arroganza e l’ignoranza fossero beni monetizzabili, l’Italia sarebbe il Paese più ricco del mondo. Ma per sfortuna sua (e per fortuna di tutti gli altri) l’arroganza e l’ignoranza sono due dei più evidenti indici di povertà e di sottosviluppo di una nazione.
Peccato.

mercoledì 11 febbraio 2015

Parola di Zoff.

Dino Zoff, portiere, allenatore, presidente, figlio,
marito, padre, nonno e, soprattutto, uomo.
Piccola premessa.
Non scrivo questo post per fare una recensione del libro che Dino Zoff ha da poco pubblicato (Dura solo un attimo, la gloria - Mondadori, 2014).
Scrivo questo post perché da tempo sento il bisogno di scrivere sul mio blog, dopo tanti mesi che non ho aggiunto nemmeno una riga.
Qualche settimana fa ho cominciato a scrivere una roba su alcuni aspetti della vicenda di Charlie Hebdo, ma poi non l’ho conclusa.
Non era la cosa giusta per ricominciare.
Stavolta invece sono sicuro di avere l’argomento adatto. E chi avrà la pazienza di seguirmi, capirà il motivo. Ma vi avverto… non mi interessa se ne verrà fuori una roba lunga.
E bene che vi ribadisca che questo non è facebook (per fortuna o grazie a Dio).
Questo non è twitter o qualche altro social del cavolo.
Questo è il mio blog.
E i post che ci scrivo sono lunghi quanto mi pare e quanto basta.
Se non volete leggerli, non tirate fuori la scusa che sono troppo lunghi.
Troppo lunghi per chi?
Troppo lunghi per cosa?
Troppo lunghi per quale legge o norma o teoria?
Forse che Tolkien, quando ha scritto Il Signore degli Anelli, si è messo il problema di non farlo troppo lungo?
Fanculo ai social network e a come stanno semplificando e amputando il mondo, le persone, il linguaggio e i rapporti sociali. Fanculo all’ennesima potenza.
Quando ho qualcosa da dire, la dico come sta bene a me. Comando io e non gli standard imbecilli di facebook o di twitter.
Chi cavolo è il demente che ha inventato la stronzata secondo la quale bisognerebbe dire quello che si ha da dire in meno di 150 caratteri? Fanculo anche a lui.
Fine della premessa.

15 settembre 2014, una data che non potrò mai dimenticare.
Il 29 agosto 2014 ho pubblicato quello che, fino a oggi, era l’ultimo post.
L’ho scritto poco prima di cominciare la (bella) avventura di Bimbi a Bordo, il festival della letteratura per ragazzi che si tiene ogni anno nel comune di Guspini (VS). In quei giorni, Flavio, mio padre, era in ospedale per l’ennesimo aggravarsi della sua malattia. Era stato ricoverato il giorno di ferragosto.
Per tre giorni ho fatto su e giù dal paese dove abito a Guspini, in modo da onorare i miei impegni di “ospite attivo” del festival. E ancora, da Guspini all’ospedale di San Gavino, all’ora di pranzo. Poi di nuovo a Guspini, nel primo pomeriggio e fino a tarda sera. Poi di nuovo al paese per la notte.
Sono stati giorni di colori, di emozioni, di sorrisi e di preoccupazioni. Sono stati giorni di stimoli continui. Quelli che alla fine ti stancano dentro. Soprattutto se arrivano a fine estate, quando non hai ancora staccato davvero la spina e vivi da circa due anni in una situazione di lavoro drammatica e indecente, più che precaria. Una situazione carica di problemi enormi, dubbi assassini e preoccupazioni gigantesche per te e per chi vive insieme a te.

Qualche giorno dopo il festival di letteratura per ragazzi, Flavio è stato dimesso e io sono partito per una pseudo vacanza di qualche giorno. Una vacanza con “mille freni a mano tirati”, a causa dell’assenza totale di disponibilità monetaria. Ma bella, nella sua assenza di pretese.
Momenti di serenità. Finalmente.
Al termine di quel breve mucchietto di giorni, ecco la chiamata di mia madre. Flavio è di nuovo all’ospedale. Sembra che la situazione, stavolta, sia ancora più grave.
Il viaggio in nave. L’arrivo in Sardegna oltre la mezzanotte.
La cavalcata notturna in macchina, da Olbia fino al sud dell’isola.
Quando arriviamo a casa, una buona metà della notte è andata.
Una doccia. Meno di tre ore sul letto col telefono a tiro.
Poi di nuovo a cavallo delle mie quattro ruote per andare da Flavio, all’ospedale.
È il 14 settembre. L’estate 2014 non ha nessuna intenzione di mollare. Anzi, sembra che sia ben determinata a durare ancora a lungo. E così sarà, infatti.
Arrivo all’ospedale con mia madre e mia sorella.
All’ora di pranzo sembra più o meno tutto sotto controllo.
All’ora di cena no. Per niente.
Non lo abbiamo mai visto così. Non riesce nemmeno a parlare. Neanche una parola.
È il caso che un familiare rimanga con lui.
Resto io.
Più o meno all’una di notte la situazione diventa gravissima. Irreparabile.
All'inizio di quel 15 settembre Flavio non c’è più.
I pensieri.
I rimpianti.
I bocconi amari.

Il libro di Zoff.
Da quel momento, e per tanto tempo, ho dovuto cambiare la mia lista delle priorità.
Ho dovuto lasciar perdere una lunga serie di cose, tra cui, naturalmente, questo blog.
E, anche quando è passata l’onda di piena dei primi mesi, non ho più trovato il guizzo giusto per ricominciare a scriverci.
Poi vengo a sapere che Zoff ha scritto un libro.
Dino Zoff.
Il grande portiere. Il grande capitano. Il grande mister.
Il grande silenzio, mi verrebbe da aggiungere. Giusto per accostarlo scherzosamente al personaggio principale (il muto) dell’omonimo film western di Sergio Corbucci datato 1969, con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinski.
Ma stavolta Zoff ha parlato. O meglio, ha fatto parlare la sua penna o la tastiera del suo computer, aiutato, come ci rivela lui stesso nei ringraziamenti finali, dal giornalista e scrittore Marco Mensurati. Un amico di suo figlio.
Sono venute fuori parole degne di essere lette. Perché uno che parla poco, di solito, quando parla ha qualcosa di importante da dire.
L’ho acquistato.
L’ho letto.
Sarebbe piaciuto anche a Flavio.
Non è che lo immagino. Lo so.
Flavio aveva quella stessa filosofia. Dallo sport alla vita, senza soluzione di continuità. Ciò che “io” sono in campo, sia da giocatore che da allenatore, sia da presidente che da tifoso, è sempre una parte di “me”. Di quel “me” autentico, che non ha bisogno di decidere come apparire per manifestarsi. Basta che io lo lasci manifestare per quello che è.
E allora se il “me” è onesto, manifesterà la sua onestà, anche quando gli eventi lo costringeranno a escogitare una strategia per vincere a tutti i costi.
Se invece il “me” è un pagliaccio stronzo, si manifesterà da pagliaccio stronzo. Esattamente come quando Berlusconi diede dell’indegno al CT Zoff dopo la finale dell’europeo 2000 in Olanda e Belgio, persa immeritatamente con la Francia per via del golden gol di Trezeguet. Zoff ci aveva portati a quell’europeo con un buon girone di qualificazione e un percorso di tutto rispetto alle fasi finali, fino alla finalissima di Rotterdam contro la Francia.
Berlusconi che dà dell’indegno a Zoff.
Incredibile.
Paradossale.
Rivoltante.
Ignobile.
Il mondo che va all’esatto contrario di come dovrebbe.
Nemmeno il comico più arguto o il matematico più brillante avrebbero potuto immaginare questa situazione. Né forzando all’inverosimile una battuta (il comico), né chiedendo l’impossibile alla teoria delle probabilità (il matematico). E invece…
Zoff con Enzo Bearzot, "Il Vecio" condottiero che guidò gli azzurri
alla conquista della Coppa del Mondo in Spagna, nel 1982.


La politica è politica. L'idiozia è idiozia. La dignità è dignità.
Intendiamoci.
Non mi sono mai occupato di politica in questo blog. Non voglio cominciare certo oggi. E non ho intenzione di farlo da qui alla fine di questo post.
Per inciso, credo che neanche Berlusconi, in vita sua, si sia mai occupato (o voluto occupare) di politica. Si è occupato di tantissime cose. Un numero incalcolabile di cose. Ma non di politica. Mai. Nemmeno all’apice della sua carriera politica.

La riflessione che ho fatto sulla famosa frase che spinse Zoff a dimettersi dal ruolo di CT della nazionale di calcio, l’ho fatta solo per soffermarmi sul lato umano di Zoff. Sul suo carattere. Sulla sua sensibilità. Sulla sua qualità più indiscutibile, vale a dire LA DIGNITÀ (ma tu guarda!).
E sul valore delle parole. Che sono roba importante e come tali vanno pesate, scelte e proferite.
Zoff, Causio, il presidente Pertini e Bearzot giocano a Scopone Scientifico sull'aereo
che riporta la nazionale in Italia, dopo la conquista del titolo mondiale nel 1982.


L'anima dello sport.
Il libro di Zoff non è un capolavoro.
A cominciare dal titolo che (sicuramente è una mia fisima) ha qualcosa che non mi convince.
Certi passaggi probabilmente avrebbero avuto ancora bisogno di qualche ripulita.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che il libro mi è piaciuto. Mi è piaciuto molto.
E mi ha fatto pensare a mio padre. Me lo ha, in un certo senso, reso. Ridato. Restituito.
Il punto è che ci ho rivisto dentro Flavio. Un uomo che, come il grande Dino, sognava un calcio diverso. In mano a gente diversa. Sulle bocche (e sulle penne) di persone diverse.
Insegnava cose diverse ai suoi allievi (centinaia), rispetto a quelli che sono diventati, oggi, gli obiettivi e i "valori senza nessun valore" di questo sport. O di questo spettacolo, dato che di sport non gli è rimasto quasi nulla. Uno spettacolo molto triste.
Mi permetto di copiare (qui sotto, in corsivo) un passaggio del libro di Zoff.
Un passaggio che io ritengo di immensa importanza per il significato di quello che esprime. Tutti gli uomini di sport dovrebbero stamparsi queste parole a fuoco nel cervello e anche dentro le palpebre. Così da poterle avere sempre presenti, anche quando chiudono gli occhi.

"Ho sempre considerato il calcio un insieme di valori indiscutibili: l’educazione, la crescita della persona come individuo singolo e come parte di una squadra, la lealtà e la correttezza, l’autodisciplina, la capacità di riconoscere i propri limiti e la voglia e la fatica di provare a superarli, l’affannosa ricerca dell’equilibrio tra uomo e atleta. Questo ho sempre pensato fosse il senso dello sport cui un giorno lontano, su un campo pieno di pozzanghere, in Friuli, decisi che avrei dedicato la vita. E per questo ho lavorato e vissuto, prima come uomo, poi come atleta e infine come «campione», termine che non è sinonimo di grande giocatore o di fenomeno, come lo si usa oggi, ma un sostantivo ben preciso, che indica alcune qualità e prescrive un’infinità di obblighi, a partire da quello di dare l’esempio a chi campione non è. Una specie di condanna, se vogliamo dirla tutta.
Credo che se lo sport fosse fatto solo per lo spettacolo, come tutti ormai pensano, non avrebbe senso mandare figli e nipoti a giocare al campetto sotto casa. Perché quella attività non vale nulla, o comunque poco, di certo non abbastanza: lo sport migliora l’uomo, lo spettacolo si limita a divertirlo. Io la penso così. Mentre il mondo va in tutt’altra direzione, valorizzando l’apparenza, la chiacchiera, la forma. Lo spettacolo, appunto. A scapito della sostanza. Gli insulti a Bearzot, i riconoscimenti postumi e tardivi a Scirea erano segnali chiari, che forse avrei dovuto cogliere prima in tutta la loro potenza. E invece…"

I valori del calcio come sport.
I concetti (quasi antitetici) di sport e di spettacolo.
Il concetto di «campione».
I concetti (questi sì, assolutamente antitetici) di sostanza e di forma.
Tutte cose che oggi passano come riflessioni pallose, vecchie e superate.
E che invece sono le chiavi di volta per capire quello che non funziona e che ha fatto piombare il calcio in una crisi irreversibile. Bisogna ripartire proprio da queste cose per individuare tutto quello che va eliminato senza pietà (ed è tanta roba, ormai), se si vuole di nuovo riportare il calcio in una dimensione di autenticità e di bellezza.

Giocatori: al posto dei tatuaggi, scrivetevi queste parole di Zoff sulla pelle.
Allenatori: prima di fare o di dire qualsiasi cosa, perfino prima di pensare, leggetevi queste parole. E leggetele anche ai vostri ragazzi nello spogliatoio, in campo, in ritiro.
Presidenti, dirigenti, politici e giornalisti: anche voi, oltre a lavarvi i denti dopo ogni pasto, sciacquatevi la bocca e il cervello con queste parole.
Lo spirito di queste parole dovrebbe guidare tutte le persone che hanno a che fare con il calcio, a tutti i livelli. Chi vive di calcio. Chi vorrebbe viverci e lotta per diventare un professionista. Chi semplicemente si diverte con il calcio, giocato o guardato. Chi parla e scrive di calcio.
E non solo di calcio, ma di sport in generale.
Gaetano Scirea e Dino Zoff, compagni di squadra nella Juventus e nella nazionale.
Colleghi alla guida tecnica della Juve fino alla prematura scomparsa di Scirea (1989).
I due furono soprattutto grandi amici nella vita.


La Serie A non c'entra.
Ho scritto questo post perché ho riconosciuto mio padre in moltissimi passaggi del libro di Zoff.
Avrei voluto che Flavio lo leggesse. Così certe sue amarezze si sarebbero sentite per lo meno in buona (e illustre) compagnia.
In compagnia di quelle di uno sportivo che lui amava e che ha sempre ammirato.
Certo, quello che Zoff racconta fa riferimento ai vertici. Ai massimi livelli. Al “top”. Alla Serie A.
Ma quando uno dà tutto se stesso per la sua passione, cercando di trasmettere agli altri, soprattutto ai giovani, i valori della pulizia e della rettitudine, si trova sempre e comunque ai vertici. Ai massimi livelli. Al “top”. Anche se non arriva a giocare (o ad allenare) in Serie A.

Ciao Flavio.
Grazie per essere stato quello che sei stato, come padre, come sportivo e come uomo.

E grazie anche a te, Dino, per questo libro e per le emozioni che mi hai regalato con la tua luminosa carriera.

venerdì 29 agosto 2014

Tutti a bordo... a cominciare dai bimbi!

BIMBI A BORDO è il nome del festival di letteratura per ragazzi che da qualche anno si tiene a Guspini (VS/Sardegna) per iniziativa dell'Associazione Culturale InCoro. Anzi, per dirla con gli organizzatori, più che un festival è una Festa della Letteratura per Ragazzi.
L'edizione di quest'anno comincia proprio stasera, 29 agosto 2014, e si presenta ricchissima di iniziative e ospiti.
Tra i tantissimi autori che interverranno (molti amici e colleghi), vorrei segnalare due nomi in particolare: quelli dello scrittore Francesco Enna, autore di numerosissimi romanzi e racconti per ragazzi, e della psicoterapeuta Iole Sotgiu, moglie di Enna nonché autrice, insieme al consorte, del libro Il buio fifone che verrà presentato nel corso della manifestazione. Per la cronaca, i coniugi Enna-Sotgiu sono i genitori di Bruno e Stefano Enna, entrambi sceneggiatori di fumetti molto bravi e conosciuti nel panorama nazionale ed europeo.

Il tema di BIMBI A BORDO 2014 è "Bugia e finzione", ben rappresentato dal Pinocchio del manifesto promozionale disegnato da Jean Claudio Vinci.

Ingrandite l'immagine qui sotto per leggere il programma nel dettaglio.

 Qui sotto, invece, il programma dei laboratori.
 

 E, infine, le note biografiche di tutti gli ospiti.
 
Per quanto riguarda me, domani e dopodomani mattina (30 e 31 agosto) sarò impegnato insieme al mio amico e collega Luca Usai in due laboratori di fumetto per bambini e ragazzi. Come è noto, da anni Luca disegna paperi e topi che regolarmente vanno a finire nelle prestigiose pagine di Topolino e di altre testate Disney.

Nel corso del festival si potranno leggere e/o ammirare anche gli elaborati che "noi ospiti" abbiamo prodotto per l'occasione. Disegnatori, scrittori e sceneggiatori sono stati chiamati a dare la loro particolare visione della tematica "Bugia e finzione" con disegni, vignette e scritti più o meno brevi.
Io mi sono cimentato in un racconto per ragazzi che ho scritto proprio in questi ultimi giorni e che ho intitolato Senza trucco.

Ricordatevi di non dimenticarvi di ricordarvi di venire a Guspini per BIMBI A BORDO in questo week end: 29, 30 e 31 agosto 2014.
Grandi e bambini siete avvertiti!!!

mercoledì 30 luglio 2014

Domani, 31 luglio 2014, nuova data del tour sardo delle principesse

Nel contesto delle "Notti Rosa" di Guspini (VS/Sardegna), il libro a fumetti LA PRINCIPESSA CHE AMAVA I FILM HORROR è di nuovo protagonista di una serata molto particolare.

Domani, 31 luglio 2014, a partire dalle ore 21, si parla di violenza sulle donne.
La scrittrice Maria Mantega presenta il suo libro Io, sola (Arkadia editore), romanzo che racconta la storia di Miriam, una delle tante donne vittime di uomini violenti e sottomesse alle dinamiche di una società che si indigna quando ormai è troppo tardi per intervenire.

A fare da difficile ma stimolante contraltare a questo tema così attuale e drammatico, ci saranno le otto principesse del volume a fumetti sceneggiato da me, disegnato da Alessio De Santa e colorato da Elena Grigoli per le edizioni Tunué.

Discuteremo di "Donna sola" e di "Donna principessa" e, come affermano gli organizzatori nel loro comunicato stampa, lo faremo anche giocosamente, "perché il mondo è grande e di Donna possiamo parlare facendo Cultura e Rispetto, educando dalla prima infanzia".

Una sfida niente affatto semplice, ma doverosa. Perché anche in un libro a fumetti come La principessa che amava i film horror si possono trovare spunti sorprendenti per intavolare discussioni ad ampio spettro, aperte sia ai bambini che agli adulti.

In questo sarò aiutato dal mio amico e collega Andrea Pau, con il quale ci soffermeremo su alcuni meccanismi che portano le otto principesse del libro ad agire, subire e reagire per trovare il proprio posto nel mondo e per formarsi una personalità capace di condurle in autonomia sulla propria strada.

L'incontro si terrà come detto a Guspini, in via Santa Maria, di fronte alla libreria Vaccargiu (ex Agus) e sarà introdotto da Graziella Caria.

Per maggiori informazioni sul libro Io, sola di Maria Mantega, click QUI, QUI e QUI.

La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

Acquistalo dallo store Tunué
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mercoledì 23 luglio 2014

Fumetti, narrativa e buona cucina: domani, 24 luglio 2014, otto principesse si accomodano in ristorante!

Nuova tappa del tour estivo in Sardegna per il libro a fumetti La principessa che amava i film horror.
Domani, giovedì 24 luglio 2014 a Guspini (VS), sarò ospite dell'Agriturismo Sa Tella insieme al mio amico scrittore Andrea Pau per un dopo cena a base di storie da raccontare.
Io parlerò degli otto racconti di principesse "non canoniche" che ho realizzato insieme ad Alessio De Santa ed Elena Grigoli per le edizioni Tunuè.
Andrea, invece, racconterà della sua serie di narrativa ragazzi Rugby Rebels, illustrata da Jean Claudio Vinci e approdata già da qualche anno in libreria grazie all'editore Einaudi Ragazzi.
Tutte le informazioni sul libro delle principesse le ho già disseminate sulla rete da mesi. E, in ogni caso, potete agevolmente trovarle su questo blog, scorrendo verso il basso con lo scroll.
Per notizie, curiosità e retroscena sui due autori dei Rugby Rebels e sui loro "pensieri, parole, opere e omissioni", cercate nei blog di Andrea e di Jean Claudio, oltre che nelle loro pagine facebook.
Per conoscere gli orari e gli altri dettagli della serata di domani, ingrandite la locandina che accompagna questo post.
Vi aspetto domani sera a Guspini, per una bella serata estiva a base di buona cucina e di storie da raccontare!

martedì 15 luglio 2014

Due chiacchiere su come si fa un libro a fumetti, con i ragazzi del mio paese

Domani (mercoledì 16 luglio 2014), a partire dalle 19e30, farò due chiacchiere con i ragazzi della Città dei Giovani di San Gavino Monreale, il mio paese natale.
Parlerò di come si realizza un progetto da presentare a un editore e di come questo progetto si trasforma in un libro a fumetti vero e proprio.
Per rendere più concreto il mio discorso, prenderò come esempio il libro La principessa che amava i film horror (edizioni Tunué, 2014) di cui ho già parlato in questo blog (QUI e QUA).
Il libro, nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato sceneggiato da me, disegnato da Alessio e colorato da Elena Grigoli.
L'incontro sarà introdotto e moderato dallo scrittore e amico Andrea Pau (autore anche della locandina che vedete qui sopra).
Organizza l'evento la Cooperativa Koinos, in collaborazione con l'Associazione Culturale Chine Vaganti (di cui mi onoro di essere un socio fondatore e un membro attivo).
Un grazie preventivo alle persone che verranno a seguirci.

PS: per i non sardi, San Gavino Monreale è un comune della Sardegna situato al centro della pianura del Campidano, a 52 chilometri da Cagliari.

giovedì 10 luglio 2014

Sabato 12 luglio 2014, alle vecchie miniere di Montevecchio (Guspini/VS), parlo di principesse e sorseggio una buona birra!

Eccomi... sono pronto per la prima presentazione in terra sarda del libro a fumetto La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse.
Come ho scritto anche su questo blog qualche tempo fa (QUI), il libro è uscito a maggio 2014 per i tipi di Tunué - editori dell'immaginario.
Nato da un'idea di Alessio De Santa, è stato materialmente realizzato da Alessio (idea, soggetti e disegni), me (soggetti e sceneggiature) e Elena Grigoli (colori).

L'occasione di questa presentazione me l'hanno data gli organizzatori di BIRRAS, la festa delle birre artigianali della Sardegna che si tiene ogni anno a Montevecchio, una splendida location "post mineraria" dal fascino irresistibile.

Ebbene sì... le nostre principesse si dimostrano ancora una volta delle tipe tutt'altro che prevedibili. Infatti, scelgono di farsi presentare in un antico e glorioso complesso minerario (che una volta era conosciuto in tutta Europa) e, per di più, in mezzo a fiumi di eccellente birra artigianale, proveniente da tantissimi birrifici sardi.

Programma di BIRRAS 2014
Che dire, quindi?
Prima di tutto GRAZIE agli organizzatori di BIRRAS.
Poi, GRAZIE all'Associazione Culturale Chine Vaganti, attraverso la quale sarà possibile organizzare questo mini evento all'interno della grande manifestazione "birraiola".
Infine, GRAZIE ad Andrea Pau (scrittore di narrativa per ragazzi, sceneggiatore di fumetti e, cosa più importante, amico!). È stato lui a proporre la presentazione del libro agli organizzatori e a realizzare la locandina che avete visto in apertura di questo post. E sarà lui a condurre l'incontro tra me e il pubblico.

A questo punto non mi resta che invitarvi ufficialmente alle miniere di Montevecchio SABATO 12 LUGLIO 2014. La rassegna BIRRAS aprirà i cancelli alle ore 17,00. La presentazione del libro, invece, inizierà alle ore 19,00.
Uno dei tanti affascinanti scorci panoramici delle miniere di Montevecchio
In ogni caso, chi verrà a Montevecchio per BIRRAS non lo farà per una toccata e fuga di mezz'ora. Infatti, tra degustazioni, concerti, mostre e altre iniziative culturali e di intrattenimento, vi conviene riservarvi qualche ora e godervi il fascino di questo posto meraviglioso in buona compagnia.

ACCORRETE NUMEROSI, VI ASPETTO!!!

Bene... ora, per chi non sa cosa sia il libro La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse, ecco qualche informazione...

Il libro presenta otto racconti a fumetti di dodici pagine ciascuno.
Tra un racconto e l’altro c’è sempre un piccolo intermezzo di due tavole a fumetti “senza parole”. Questi intermezzi costituiscono, tutti insieme, una sorta di “vicenda di collegamento”.

Il punto fermo del volume è che tutti e otto i racconti parlano di principesse.
Parlano dei sogni di queste ragazze, dei loro obiettivi, dei loro amori, delle loro delusioni, dei loro errori, delle loro valutazioni giuste o sbagliate.

In quasi tutte le storie c’è il castello, cioè la casa. Quella in cui il re (papà) e la regina (mamma) educano, indirizzano, proteggono e puniscono.
Ma prima o poi, tutti debbono allontanarsi dal castello. E una volta fuori è necessario affrontare il mondo… le intemperie, i posti esotici e il bosco. A volte perfino il cielo!

Gli otto racconti, ricchi di citazioni e riferimenti letterari, musicali, cinematografici e pittorici, funzionano da specchio per i lettori di tutti i generi e di tutte le età.
Chiunque, nella vita, prima o poi è chiamato a misurarsi con (almeno) una principessa... “dentro di sé” o fuori, bella o brutta, simpatica o antipatica, sicura o insicura.
Nello stesso modo, chiunque si deve misurare con i propri genitori (che sono i sovrani della casa), con una strega, un drago, uno spasimante, un avversario, un maestro o un giullare bruttissimo che però balla divinamente.

A differenza delle fiabe tradizionali, in questo libro le principesse sono persone reali che agiscono in mezzo a personaggi e situazioni da fiaba. Tale particolarità le porta ad avere “reazioni non canoniche” con gli altri personaggi e con il contesto, ma anche desideri e obiettivi incompatibili con il “galateo” delle strutture narrative di una fiaba.
Ed è proprio qui che sta il tratto più originale e innovativo di questo lavoro. Un libro che solo in apparenza è riservato ai bambini ma che, in realtà, si rivela una lettura adatta a tutti: grandi e piccoli, uomini e donne, genitori e figli, persone concrete e sognatori irriducibili.

Detto questo, vi rinnovo l'invito per la presentazione del libro a Montevecchio (Guspini/VS) durante la rassegna BIRRAS, sabato 12 luglio a partire dalle ore 19,00.


La principessa che amava i film horror 
e altre storie di principesse

Alessio De Santa (idea e disegni)
Daniele Mocci (testi)
Elena Grigoli (colori)

Tipitondi – Tunuè, Italia, 2014

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venerdì 20 giugno 2014

Le generazioni "saltate"

Ho scritto questo articolo circa due mesi fa per un lavoro “di comunicazione” in cui si è reso necessario osservare (pur senza troppi approfondimenti) alcuni fenomeni sociali che riguardano un po’ tutti noi, in quanto persone e in quanto italiani.
Ho scelto questo tema senza che nessuno me lo abbia dato, suggerito o, peggio che mai, imposto.
L’ho scelto perché credo rappresenti una delle più insopportabili vergogne italiane degli ultimi decenni. Oltre, naturalmente, a essere uno dei principali “nodi” che spiegano la sostanziale PARALISI MENTALE (e anche FISICA) del nostro Paese e di molte (troppe) caricature umane che lo hanno comandato anziché governarlo.

Ora lo pubblico qui, con qualche piccola modifica. Ma il succo del discorso non cambia.

 
Il fenomeno di cui scriverò è tipico dell’Italia degli ultimi trent’anni (circa).
Se poi dovessimo accorciare il tiro e limitarci a guardare la storia nazionale degli ultimi vent’anni, non sbaglieremmo a identificarlo come una vera e propria carica suicida che ha minato le basi stesse del nostro popolo.

Parlo di quello strano (ma non troppo) meccanismo che ha portato le generazioni di trentenni e quarantenni a essere quasi completamente tagliate fuori dai meccanismi di gestione della società, della politica, dell’economia, ecc.
Il discorso è lungo, e questa non è la sede adatta per svilupparlo nei dovuti modi e con i necessari approfondimenti. Ma mi preme comunque sottolineare come sia quantomeno singolare che un’intera nazione decida di amputarsi le parti più attive e forti del suo stesso corpo, senza averne indietro neppure un minimo tornaconto.
Dopo la grande “abbuffata plastificata” degli anni Ottanta, in cui gli italiani si sono anestetizzati il cervello a furia di futili amenità in stile “Drive in” o “Colpo grosso”, contagiati dal ributtante modello neovitellone della “Milano da bere”, con il suo vacuo fighismo da aperitivo, siamo arrivati all’alba degli anni Novanta con alcune generazioni di giovani completamente staccate dalla realtà.
I ventenni meno contaminati dal decennio precedente crescevano a “pane e grunge di Seattle”, ma agli occhi degli “adulti al potere” apparivano ancora come bambini appena svezzati. I trentenni invece venivano relegati, anno dopo anno, alla qualifica di eterni adolescenti. E i quarantenni (sempre quelli dei primi anni Novanta) erano forse gli ultimi ad avere la possibilità di salire sul treno “dei grandi”.
Dopo quel momento c’è stato il deserto completo.

I ventenni dei primi anni Novanta oggi sono ultraquarantenni che ancora annaspano, quasi rassegnati per aver perso quel treno. Sotto di loro, generazioni di adolescenti a tempo indeterminato o di bebè maggiorenni ai quali si continuano a somministrare nuovi (e sempre più potenti) anestetici cerebrali che oggi si chiamiamo “Amici”, “Grande fratello”, “Isola dei famosi”, ecc. ma che hanno lo stesso principio attivo di “Drive in” e “Colpo grosso”. Soltanto in dosi più massicce e deleterie.

Insomma, gli adulti al potere sono più o meno sempre gli stessi di venti e trent’anni fa, e sotto di loro hanno fatto tabula rasa. Niente più scuole di partito. Niente più botteghe artigiane in cui le mani esperte dei più anziani guidano e formano quelle “scalpitanti” dei più giovani.
Niente più passaggio di testimone. A nessun livello. Figuriamoci in politica.
Solo in questi ultimi tempi sembra di intravedere qualche accenno di cambiamento. Qualcosa pare finalmente agitarsi in quest’oceano rimasto piatto per tre lunghissimi decenni, anche se è ancora troppo poco per poter parlare di inversione di tendenza.

È stato (ed è ancora) così, a tutti i livelli. Dalle “alte sfere” della politica e dell’economia, fino alle “sfere più infime” della vita amministrativa e lavorativa, nei comuni più piccoli d’Italia.
Basta dare un’occhiata (anche fugace) alla situazione generale per capirlo!
Basta fare i conti dei trentenni e dei quarantenni che sono rimasti “fuori dai giochi” in questi ultimi vent’anni e che ancora oggi continuano a restare fuori. Un numero troppo grande di ragazzi ed ex ragazzi ignorati, dimenticati più o meno volutamente, molti dei quali costretti a partire per cercare miglior sorte altrove. Preferibilmente all’estero e, sempre più spesso, perfino fuori dall’Europa.
Si tratta, in moltissimi casi, di persone molto capaci, titolate, ricche di idee e di esperienze. Persone che potrebbero fornire le soluzioni per ELIMINARE UNA VOLTA PER SEMPRE quell’insopportabile (e finto) bisogno italico vivere per forza da sudditi di uno o più dittatori da operetta.
E invece, queste persone valide sono relegate a giocare ruoli marginali o, addirittura, messe nell’impossibilità di giocare qualsiasi ruolo, anche di infimo ordine.

Siamo certi che sia questo il modo per migliorare le cose?

Eppure ancora oggi, quando qualcosa sembra finalmente agitarsi dalle profondità dello stagno, c’è qualcuno che continua a pensare di poter escludere queste generazioni.
Qualcuno che forse non è stato informato che la vita di ognuno (compresa la sua!) ha un ciclo che prima o poi è destinato a concludersi.

Sarebbe davvero assurdo che i nostri “vecchi”, che hanno fatto e dato tanto quando erano trentenni e quarantenni, oggi non abbiano il coraggio, la forza ma soprattutto il BUONSENSO di liberare certi ruoli che occupano da trenta, quaranta o anche più anni.
Qualcuno, a suo tempo, si è fatto da parte per offrire o cedere il posto a loro. Ma loro no! Non hanno la stessa disposizione d’animo, la stessa fiducia e lo stesso entusiasmo verso le nuove generazioni. Probabilmente sono convinti di essere immortali oppure pensano che il mondo debba “finire” con loro. Per cui non si sono curati e non si curano di trasmettere niente a nessuno.
L’unica cosa che sembra interessargli è cooptare, di tanto in tanto, qualche giovane (trentenne o quarantenne, magari dalla faccia pulita, magari con una bella laurea in mano, magari di buona famiglia), per sbatterlo sulla “facciata dei loro interessi”, in modo che alla maggioranza sembri che ci sia stato un rinnovamento. Ovviamente, non c’è niente di più fasullo e ridicolo.

Forse è arrivato il momento che qualcuno spieghi a questa gente che l’immortalità non è cosa umana e che è piuttosto improbabile che la fine del mondo sia imminente.
Il mondo va avanti comunque. E così pure l’Italia.
Per cui, tanto vale lavorare seriamente per spingere in avanti la nostra comunità nel migliore dei modi!
Il nostro Paese ha bisogno di idee nuove, di competenze più elevate, di esperienze diverse. Non ha bisogno di continuare a ripetere il modello che lo ha portato alla rovina.
Quando capiremo questo, saremo di nuovo membri di una comunità attiva, vivace, propositiva e sicuramente meno depressa di oggi.

Ma perché ciò avvenga, ci vuole il coraggio di cambiare.
Ci vuole la volontà e la determinazione di includere quelle generazioni che negli ultimi vent’anni sono state escluse, dimenticate e “saltate”. Generazioni che, con i loro cervelli e le loro braccia, possono consentirci di fare un autentico e deciso salto di qualità.
L’Italia si salva solo se trova il coraggio di riprendersi (e, quindi, di ridarsi) le sue intelligenze e le sue competenze che, spesso a causa di scadenti giochi di retrobottega, sono state allontanate e ignorate per troppi anni.
E questo può succedere solo se la maggioranza dei cittadini lo capisce.
Solo se la maggioranza dei cittadini smette di seguire come un gregge cieco e sordo il dittatore da operetta “di turno”, il mezz’uomo di turno, la mezza tacca di turno, la mezza sega di turno.
Solo se smette di trasformare queste mezze figure in sacerdoti da adorare fino alla morte.
Solo se fa tutto questo subito, ADESSO!
E, comunque, prima che sia troppo tardi.