se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

venerdì 25 luglio 2008

Tre bambini fantastici e un super... procione!


Qualche tempo fa vi ho presentato Super Pro, un piccolo "supereroe a fumetti" creato da me e Luca Usai diversi anni fa.


Per chi non si ricordasse o non avesse letto il vecchio post in cui ne parlavo, Super Pro è un procione di peluche.
Il suo "vero" nome è Odone. In ogni caso, potete sempre leggere quel vecchio post (storia a fumetti inclusa), cliccando QUI.
Quando i suoi tre padroncini (Bebo, Ale e Tore) hanno bisogno di aiuto, il pupazzo di Odone si trasforma in un procione vivente, dotato di super poteri: Super Pro!








La breve storia che posto oggi, episodio n. 28, è uscita nel novembe 2006 sulla rivista per ragazzi 44 Gatti (Gaghi Editrice, Milano) e ribalta un po' i classici meccanismi narrativi della serie.

Intanto la produzione dei fumetti di Super Pro va avanti, sempre per la rivista 44 Gatti.



Attualmente sto lavorando alla sceneggiatura del quarantesimo episodio.


Super Pro © Daniele Mocci e Luca Usai

lunedì 21 luglio 2008

La parola a Mr. Job (6)



Tradizioni di famiglia


Il figlio più giovane di una famiglia di fattori andò da suo bisnonno che stava per morire.

Il vecchio gli disse: - Figliolo, la fattoria di famiglia era di mio padre. Lui l’aveva ereditata da suo padre. E prima era del padre di suo padre. Io sono stato fattore. Tuo nonno è stato fattore. Tuo padre è fattore, e tu sarai fattore.
Il bambino rispose: - Che fantasia! Ma tutti avete fatto sempre e solo i fattori?
Il vecchio: - Veramente io da giovane mi ribellai e scappai di casa. Per un periodo ho lavorato alle Poste.
Il bambino: - E che lavoro hai fatto alle Poste?
Il vecchio: - Il fattorino!

domenica 20 luglio 2008

Un grazie, un po' di stanchezza e un premio.

Mentre comincio a scrivere, in fondo a questa pagina il contatore delle visite segna 2.234.

Sono passati poco più di tre mesi e mezzo dall'apertura del blog e, francamente, non osavo sperare di meglio.
Considerando che almeno 250 visite sono da attribuire a me (che entro in media due volte al giorno), e che un numero imprecisato è da attribuire a quegli internauti che si ritrovano su queste pagine per sbaglio o per caso, la cifra di voi visitatori VERI è comunque incoraggiante.

Voglio ringraziarvi per tutte le volte che avete scelto venirmi a trovare e per i vostri commenti. Ma voglio ringraziare anche chi mi visita in modo silenzioso, magari leggendo "di nascosto" i parti della mia instabilità mentale.

Siamo in piena estate e la stanchezza comincia a condizionare pesantemente il mio lavoro e le mie attività etxra. Per questo motivo, nelle ultime settimane, la frequenza dei post è diminuita.
Ma è una cosa normalissima, così come è normale che anche la frequenza delle visite stia diminuendo in questi giorni di luglio.
Chi è in ferie ha staccato la spina e chi non è ancora in ferie (come me) sta soltanto pensando al momento in cui potrà finalmente staccarla.

Ma comunque sono in arrivo altri "pseudo" film, altre esternazioni di Mr. Job e altre cose ancora!
Piano piano...

L'immagine qui a fianco si riferisce a un piccolo riconoscimento-catena chiamato Arte y Pico che la mia amica Alessia Buffolo mi ha "tributato" sul suo blog (grazie Ale!).
Alessia è una disegnatrice di fumetti e un'illustratrice molto brava.
Nel suo neonato blog (CLICK QUI) potete vedere alcune sue bellissime opere, mentre in quest'altro spazio web (CLICK QUA) trovate una scheda con le sue attività.

Pubblico qui sotto il regolamento del premio. Dovrei indicare i miei 5 premiati, ma francamente mi trovo in difficoltà.
Farò così: ne indico uno che a me, nella mia ancora breve esperienza in "bloglandia", è piaciuto (e piace) in... "modo particolare", e metto sul secondo gradino del podio, a pari merito, tutti i blog che ho linkato nella colonna di destra di questa pagina alla voce Blog&Blog.

Ecco il mio "premiato"...

- Re Emoacre (autore: ggrillo)

Ed ecco il regolamento del premio...

Arte y Pico premia la creatività, il design e i materiali utilizzati dai blogger.
Regolamento:
1. Scegliere 5 blog che si considerano meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati e che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua!
2. Ogni premio assegnato deve aver il nome dell’autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare;
3. Ogni premiato deve esibire il premio e mettere il nome e il collegamento al blog di colui che lo ha premiato;
4. Il premiato deve mostrare il collegamento con il blog Arte Y Pico dove nasce l’iniziativa;
5. Pubblicare le regole.

martedì 15 luglio 2008

Al cinema... John e Jack non so! (10)


Ultimo tanga a Parigi
(Italia-Francia, 1979)

a cura di Leone Doro

Il famoso lottatore di sumo Mingras Sai, durante una trasferta a Parigi per un torneo internazionale di tennis, conosce Philippe, uno stilista di alta moda che gli fa notare la sua palese inadeguatezza rispetto ai canoni di bellezza occidentali.

Mingras sulle prime non vuole accettare le parole di Philippe, ma nel suo intimo sa che, se vorrà conquistare il cuore dello stilista, dovrà essere disposto a cambiare. La sua malinconia gli fa inanellare una serie di brutte sconfitte al torneo di tennis, ma fa anche scattare il fuoco della passione in Philippe. Tuttavia, l’impossibilità fisica di consumare il rapporto per via dell’eccesso di massa grassa di Mingras, fa spegnere subito quel fuoco.

Il torneo internazionale di tennis finisce e Mingras, classificatosi ultimo, deve ripartire mestamente per il Giappone.
Philippe non ha il coraggio di presentarsi all’aeroporto per l’addio e lascia una lettera nella camera d’albergo di Mingras.
Ma nella lettera non c’è scritto niente.

Mingras si sente abbandonato anche da Philippe e decide che la sua vita da quel momento cambierà. Abbandona nella sua stanza d’albergo il tanga ancora sudato con cui ha giocato il suo ultimo incontro e si dirige verso l’aeroporto.

Philippe si rende conto di non aver scritto niente nella sua lettera e corre subito in albergo dove però trova solo il tanga sudato di Mingras. Ogni volta che Philippe annusa quel tanga, sente una fitta al cuore e due o tre allo stomaco.

Il ritorno in patria di Mingras è drammatico.
Per prima cosa realizza di aver partecipato a un torneo di tennis mentre lui è un famoso lottatore di sumo. Poi, quando sta per farsi una ragione di tale deprecabile errore, un pauroso terremoto distrugge la sua città e uccide i suoi familiari.
Mingras ha perso tutto quello che gli restava oltre l’onore (che aveva già perso a causa della disfatta al torneo di Parigi). Così comincia a vivere di accattonaggio. Mangia un giorno ogni quattro e cala vistosamente di peso.
La sua vita è cambiata ma, nei momenti di sconforto, l’ex lottatore di sumo sente un filo di nostalgia per il passato.
Le solite cose che capitano nei momenti di sconforto.

Nel giro di tre anni Mingras ha perso 139 chili ed è irriconoscibile. Viene notato da uno stilista emergente di Tokyo che lo prende nella sua scuderia, trasformandolo in poco tempo nel modello più richiesto del Giappone.

Philippe lo vede in televisione e lo riconosce. La sua antica passione si riaccende in un istante e, senza pensarci due volte, fa recapitare a Mingras un biglietto aereo di sola andata per Parigi.
Ricevuto il biglietto Mingras si scioglie in lacrime, raccoglie le sue carabattole e si imbarca sul primo volo per Parigi, dove lo attende un futuro da modello per la maison di moda di Philippe e l’amore che non è mai riuscito a consumare.

Philippe conta i minuti che lo separano da Mingras.

L’aereo su cui viaggia Mingras precipita.

Philippe continua a contare i minuti.
Lo farà per tutta la vita, asciugandosi le lacrime sul tanga che il giapponese aveva lasciato nella sua stanza d’albergo quando partì da Parigi.

Il film che fece urlare allo scandalo tutti, religiosi e laici, occidentali e orientali. Ma soprattutto critici e recensori di cinema, nonché gestori delle sale di proiezione.
Piergnazio Spingitopo ci conduce in un viaggio interiore, posteriore, allucinato e decadente. Neanche nelle battute finali del film, quando l’aereo precipita, si ha l’impressione della caduta.
Come se la storia non fosse mai decollata.
E il dramma assume le proporzioni della tragedia che segue una paurosa disfatta.
Per fare solo un piccolo esempio, il film, solo in Italia, incassò 26.000 Lire nella prima settimana di proiezioni. Nessuno può dire quanto avrebbe incassato nella seconda se, per una perversa logica commerciale, la pellicola non fosse stata inspiegabilmente ritirata.

giovedì 10 luglio 2008

Al cinema... John e Jack non so! (9)





Lo chiamavano
Per Carità...
(Italia, 1976)

a cura di Aguirre De Lope


Dopo l’abbuffata folgorante degli Spaghetti Western…
dopo l’indigestione utopistica dei Tortilla Western…
dopo l’insostenibile leggerezza (non necessariamente profumata) dei Fagioli Western…
ecco il primo e ultimo (perciò unico) Sorbetto Western dell’intero filone.
I fratelli registi Bo e Luke Duke, al secolo (scorso) Bonario e Lucrezio Duchetti, provano a rinvigorire un genere ormai inaridito e, allo stesso tempo, satollo di titoli e situazioni talmente diverse da sembrare tutte uguali.


Un uomo senza nome (Spencer Hill) arriva a Las Playas, un derelitto villaggio di frontiera.
La frontiera è ormai giunta alla fine, lasciando “da conquistare” soltanto una esigua lingua di spiaggia californiana bagnata dall’Oceano Pacifico. In questa lingua di spiaggia l’unico centro abitato è appunto Las Playas.

L’uomo, fermatosi in riva all’oceano con lo sguardo perso all’orizzonte, in cerca di vecchi e dolorosi ricordi, viene investito da un’onda anomala che lo spinge per diverse miglia verso l’interno della California, in piena civiltà.
Piombato in uno stato confusionale, l’uomo non riesce più a trovare la via per Las Playas e comincia la sua parabola discendente fatta di alcool, ignobili spettacoli di spogliarello e accattonaggio.

Nessuno si ricorda più il suo nome (ammesso che qualcuno lo abbia mai saputo…), neppure lui!
Nessuno gli parla.
Nessuno lo vede.
Nessuno lo sente.
Nessuno ha mai voglia di fare niente, che diamine!

Passa circa un anno.

Esaurite le speranze, l’uomo decide di farla finita.
Va in un’armeria ad acquistare, con gli ultimi centesimi che ancora tintinnano nella sua unica tasca, la pallottola con cui ha deciso di farsi saltare le cervella. Purtroppo, però, il progresso galoppa troppo velocemente: i suoi soldi sono ormai fuori corso. E, anche se fossero ancora buoni, le pallottole per caricare la sua vecchia pistola non sono più in produzione, quindi risultano introvabili.

Nell’armeria l’uomo viene notato da un certo Mr. Forbes (Lee McQueen), un ricco possidente del luogo, collezionista compulsivo di vecchie armi da fuoco.
Forbes offre all’uomo senza nome 500.000 dollari per avere la sua pistola. L’uomo accetta.
Con quei soldi potrà pagare qualcuno che lo aiuti a ritrovare la via per Las Playas e ritirarsi con onore in una casetta nella stretta lingua di spiaggia californiana, ultimo baluardo del vecchio West.

Tornato sulla “selvaggia” spiaggia della California, ritrova Las Playas popolata da vecchi pellerossa alcolizzati, patetici cow boys attempati che fanno la corte a squallide e rugose baldracche da saloon con le borse sotto gli occhi (e chissà in quante e quali altre parti del corpo).
L’uomo senza nome si reca dall’unico benestante del villaggio, un certo Mr. Sebrof (Bertrando Trancho), arricchitosi grazie al commercio di carne di serpente a sonagli, uno dei rarissimi animali capaci di vivere in quella lingua di spiaggia massacrata dal sole.
L’uomo senza nome vuole acquistare da Sebrof una parte di spiaggia per costruire la sua casa e vivere tranquillo gli ultimi anni che gli restano. I due concludono l’affare per 45.000 dollari ma, alla vista del denaro con cui l’uomo senza nome intende pagare, Sebrof estrae la sua vecchia Colt e comincia a far fuoco. L’uomo senza nome riesce a fuggire e a salvarsi la vita, ma perde un occhio e un ginocchio.

A questo punto, con almeno cinque cancrene sparse per il corpo, l’uomo senza nome torna nell’interno della California. Raggiunge la casa di Mr. Forbes e vi si introduce come un ladro, nottetempo. Sempre come un ladro, si riprende la sua vecchia pistola. Poi cerca e trova alcune pallottole compatibili (anch’esse “pezzi” della collezione di Mr. Forbes). Infine, ancora una volta come un ladro, esce di casa cercando di non farsi scoprire. E, nonostante tutto, ci riesce.
Torna a Las Playas. Raggiunge la casa di Sebrof e con un rantolo asmatico lo chiama, sfidandolo a duello.

Sebrof esce di casa allacciandosi i pantaloni con una certa difficoltà (infatti, non essendosi ancora svegliato del tutto, li ha indossati al contrario).
I due si ritrovano sulla spiaggia. L’uno di fronte all’altro.
Ma è una notte senza luna e nessuno dei due riesce a vedere dove si trova il suo nemico.
Sebrof spara alla cieca e tra i vari colpi sprecati, riesce a piazzarne uno nell’occhio buono dell’uomo senza nome.

L’uomo senza nome capisce (finalmente!) che per lui “non è aria”. Butta a terra la sua vecchia pistola e, rantolando, chiede a Sebrof di spiegargli almeno perché gli abbia sparato al momento della compravendita del pezzo di spiaggia.
Sebrof, che è un uomo all’antica (e infatti vive nell’ultimo villaggio del vecchio West), gli risponde che quel denaro era falso.
L’uomo senza nome gli spiega che, in realtà, quelle erano le nuove banconote che da qualche tempo avevano sostituito le vecchie in tutta l’America. Purtroppo in quella lingua di California dimenticata da Dio non erano ancora arrivate…

Sebrof chiede scusa e torna a dormire.

Mentre le prime luci dell’alba illuminano il cielo con una luce livida, l’uomo senza nome si allontana alla cieca verso le vecchie case di Las Playas.
Qualcuno fischia, come se stesse chiamando una capra.
L’uomo si blocca.
Una vecchia baldracca lo raggiunge e gli infila in tasca pochi centesimi del vecchio conio.
Con quelli potrà acquistare qualcosa da mangiare nel saloon di Las Playas.

Presentato come il film che avrebbe rivoluzionato per l’ennesima volta il genere Western made in Italy, Lo chiamavano Per Carità… mette la parola “fine” alle ormai tiepide velleità di risveglio di un filone esaurito ormai da tempo.
Tuttavia la pellicola è divenuta famosa per almeno due motivi.
Il primo è che, caso praticamente unico nella cinematografia mondiale, da oltre trent’anni il film strappa sonore risate a chi lo guarda convinto che assisterà a una vicenda drammatica e, viceversa, incupisce paurosamente chi si aspetta una storia comica e brillante.

Il secondo motivo, in tutta franchezza, non si è mai saputo.

giovedì 3 luglio 2008

Marcello e Sofia


All’inizio del 2007, la casa editrice Gaghi (Milano) chiese a me e a Luca Usai di studiare una nuova serie di tavole a fumetti “autoconclusive” per la rivista Tempodì, dedicata a un target in prevalenza di pensionati.

Nacquero così Marcello e Sofia.

Lui ha circa 65 anni, lei circa 60.
Sono sposati da più di trent’anni. Hanno due figli over 30 che da qualche anno non abitano più con loro. Si dedicano a mille attività domestiche ed extra. Abitano in un centro urbano medio piccolo.
La loro casa ha un ampio giardino. Tra i loro possedimenti c’è qualche ettaro di terra in campagna che Marcello ama lavorare, soprattutto adesso che è in pensione.

La serie racconta le vicende familiari di questi due sposi tornati sposini. Le nuove abitudini del “post pensione”.
I piccoli acciacchi e i piccoli tic di un’età non più verde.
Le manie, i fastidi, gli scontri per i classici futili motivi, e i moti d’affetto e d’amore di due persone che non hanno mai smesso e mai smetteranno di amarsi.

Sul numero di agosto 2008 di Tempodì sarà pubblicata la tavola n. 8 della serie.

Vi copio, qui sotto, la sceneggiatura di un episodio “pilota” che non è stato approvato dalla casa editrice. Luca, intanto, ha già pubblicato nel suo blog le tavole 1, 2 e 3 (QUI) + 4, 5 e 6 (QUA).
In seguito le riproporrò anch’io su questo blog.

MARCELLO e SOFIA:
“Una mattina come tante”
Breve descrizione della scena.
Camera da letto di Marcello e Sofia. Le sei e quaranta di mattina. Marcello si alza mentre Sofia ancora dorme...(NB: ogni numero corrisponde a una diversa vignetta)

1) Marcello, in pigiama, si sta alzando dal letto.MARCELLO (pensiero):
Accidenti! Sono già le sei e quaranta… farò tardi!

2) Marcello, in bagno, di fronte allo specchio, si fa la barba con il rasoio elettrico.RUMORE:
ZZZ-RRR-ZZZ

3) Di nuovo in camera da letto. Ora Marcello è quasi pronto per uscire. Sofia si sveglia, tira fuori la testa dalle coperte e guarda in direzione di Marcello con aria assonnata.SOFIA:
Si può sapere dove devi andare, così presto?
MARCELLO:
Al lavoro, Sofia!

4) Sofia ha un sorrisetto ironico sulle labbra.MARCELLO (da fuori campo):
Se non mi sbrigo, rischio di perdere il treno…
SOFIA:
Ma che dici, Marcello?!… Tu sei in pensione!
5) Marcello, vestito di tutto punto e 24 ore in mano. È incredulo, costernato e anche un po’ preoccupato. Sofia, è di nuovo sotto le coperte.MARCELLO:
Ehm… e quando è successo?
SOFIA:
Circa un anno fa, caro…

FINE
Marcello e Sofia, testi e disegni © Daniele Mocci & Luca Usai

sabato 28 giugno 2008

Al cinema... John e Jack non so! (8)



Il 34° trentino
(Italia, 1986)

a cura di Leone Doro

Di ritorno da una domenica di relax in montagna, trentatrè trentini non si accorgono che un’ombra furtiva segue a distanza il loro pacifico trottare.
È un moscone nero delle dimensioni di una poiana.
Brividi…

Il moscone-poiana segue le mosse dei trentatrè fino a che tutti si congedano per fare ritorno alle rispettive case.
Comincia così la notte più lunga di Trento.
Il moscone-poiana prende di mira uno dei trentatrè. Entra con lui in casa senza farsi scoprire e, mentre il trentino si fa la doccia, uccide il criceto che continuava a correre senza motivo nella ruota.
Brividi…

A questo punto irrompe in casa un energumeno di due metri e novanta con una motosega a tracolla e altre due, accese, tra le mani. Entra nella doccia del trentino e lo fa a pezzi con una quarta motosega, che teneva nascosta sotto la canottiera. Poi lo dà in pasto al moscone-poiana che, dopo mangiato, diventa grosso come un pastore tedesco.
Brividi…

L’energumeno con le motoseghe va a caccia degli altri trentadue trentini.
Per altre trentuno volte, sempre nella stessa notte, tutto va liscio.
Ora rimane soltanto l'ultimo dei trentatrè.
Intanto, il moscone-pastore tedesco continua a ripulire i luoghi visitati dall’energumeno con le motoseghe, trasformandosi progressivamente in moscone-mulo, moscone-cammello, moscone-coccodrillo, moscone-giraffa, e così via.
Brividi…

Alla fine, l’energumeno si trova davanti al trentatreesimo trentino che dorme, placido e domingo, nel suo letto. Il mostro accende le sue quattro motoseghe in silenzio (per non farsi scoprire), ma viene tradito dallo “strisciare” del suo moscone che, durante questa lunga notte, ha raggiunto le dimensioni di una balenottera azzurra (33 metri per 155 tonnellate).
Brividi…

Il trentatreesimo trentino si sveglia e riconosce l’energumeno: si tratta di Lello, un ragazzo “motociclistico” (= autistico su due ruote), che più volte, in passato, aveva cercato di entrare nella compagnia dei trentatrè. Lello era stato sempre scartato per insufficienza toracica e, dopo l’ennesimo rifiuto ricevuto, si era ritirato in montagna ad allenarsi per sviluppare il suo fisico.
Ora possiede i requisiti fisici (2 metri e 90 per 300 chili di muscoli e una circonferenza toracica di 2 metri e 45), ma non c’è più con i neuroni.
Brividi…

Il trentatreesimo trentino reagisce.
Salta giù dal letto.
Ma salta troppo “lungo”.
Oltre la finestra.
Siamo al nono piano.
È finita.

Brividi…

Lello, il trentaquattresimo trentino, ha eliminato tutti gli altri. Solo adesso si rende conto che in realtà è divenuto “il primo” trentino. Ma lui ha combattuto per essere il trentaquattresimo, non il primo. La sua vita non ha più senso, così si butta anche lui dalla finestra.
Ultimi brividi…

Il moscone-balenottera azzurra morirà di fame perché, essendosi incastrato nella porta dell’appartamento del trentatreesimo trentino, non riuscirà mai più a liberarsi.
Fine dei brividi.

Un film arrivato nelle sale durante l’ondata di piena del cinema horror anni ’80, quando, sugli scaffali delle edicole, per uno strano fenomeno di poltergeist “a grappolo”, i fumetti si spostavano da soli per fare spazio all’imminente uscita del n. 1 di Dylan Dog…

… mentre, nella torrida estate messicana, l’ultima Italia di Bearzot optava per una siesta collettiva a base di tequila e nachos, dimenticandosi di scendere in campo ogniqualvolta avrebbe dovuto farlo.

L’italiano Ario Astento, in arte Dol Ceremì, sfodera questa pellicola fulminante, illuminata dalla magistrale interpretazione della bravissima e bellissima Rose Purpuree Docairo, nella parte del moscone. Grazie a quel ruolo, la celebre attrice ha ricevuto il cosiddetto Oscar “Primo e Ultimo”, con il quale il premiato si impegna solennemente a concludere immediatamente la sua carriera cinematografica. Una cosa non da tutti.

lunedì 23 giugno 2008

La parola a Mr. Job (5)



I requisiti necessari


Una nostra lettrice di 26 anni, laureata, mi ha raccontato del suo colloquio con il direttore di un’impresa di costruzioni. La ragazza si era presentata per un posto da ingegnere idraulico, ma dai toni del discorso sembrava proprio che non ci fossero speranze.
Lei si è adirata e ha detto: - Insomma, state cercando un laureato in Ingegneria Idraulica con Master in Idrodinamica Avanzata, che abbia non più di 24 anni d’età e almeno cinque anni di esperienza in un’impresa?
Lui ha risposto: - Sì!
Lei: - Si rende conto che non c’è nessuno che possa avere questi requisiti?
Lui: - Sì.
Lei: - E allora cosa bisogna fare?
Lui: - Di più, mia cara… bisogna fare di più!

mercoledì 18 giugno 2008

Who's this cowboy?

Nome: xxxxxxxxxxxxxxxxxx
Data di nascita : xxxxxxxxxx
Altezza: xxxxxxxxxxxxxxxxx
Peso: xxxxxxxxxxxxxxxxxxx
Segni particolari: xxxxxxxxx

Chi rischia: io e Luca Usai.
Tracce nel web:
QUI (western da ridere)
QUA (il nome dello...).
Per ora basta così.
Ma state tutti molto attenti!

PROSSIMAMENTE QUI (e non solo).

sabato 14 giugno 2008

Al cinema... John e Jack non so! (7)





John Tordo(USA, 2008)

a cura di Nik Jackholson

L’ultima pellicola della grande saga dell’ex soldato americano John J. Tordo, reduce dal Vietnam. Il film sul quale nessuno, neanche i dieci lettori di questo blog, avrebbero mai scommesso un solo cent. Invece…

Bawiti, deserto occidentale egiziano, 2002.

Sono passati quasi vent’anni dall’ultima vicenda di John J. Tordo.
Lo avevamo lasciato su un volo dirottato da un gruppo di terroristi afgani e diretto a Teheran. Lo ritroviamo chierichetto in un piccolo monastero di cristiani copti a Bawiti, un’oasi del Sahara egiziano occidentale.
Dai dialoghi iniziali del film, apprendiamo che, dopo essere arrivato a Teheran, Tordo fu costretto a fare il badante dell’anziana madre di un ricchissimo petroliere iraniano, fino alla morte di lei. Una donna insopportabile e acida che lo obbligò per anni a nutrirsi esclusivamente di kiwi e acqua.
Dopo quella drammatica esperienza, non è chiaro quali furono le vicende che portarono Tordo a ritirarsi in Egitto nella piccola comunità copta. Sta di fatto che, in tutti questi anni Tordo pare aver inspiegabilmente abbandonato il suo proposito di tornare nella giungla vietnamita per recuperare lo zippo smarrito nel 1971 durante la campagna militare americana contro i Viet Cong.
L’assenza dal mondo e dai suoi raccapriccianti conflitti per così tanto tempo, hanno trasformato Tordo in un uomo mite e servizievole, quasi debole. Ma questo potrebbe essere causato dal fatto che la sua dieta, fin dai tempi di Teheran, è rimasta quella di un kiwi e un bicchiere d’acqua due volte al giorno.

Depurato nel corpo e nello spirito, Tordo viene convocato dal vescovo copto di Bawiti per una missione. Dovrà portare l’albo numero due della prima edizione italiana di Nembo Kid all’arcivescovo di Bukavu, città del Congo situata a Sud del Lago Kivu, sul confine con il Rwanda.
L’arcivescovo di Bukavu ha preteso questo dono dal vescovo di Bawiti come segno di riconciliazione dopo una violenta disputa telefonica sul colore degli occhi di San Pancrazio. La disputa stava per portare i due uomini di chiesa verso un duello di sciabola all’ultimo sangue, da disputarsi sul campo neutro di Abuja, in Nigeria. Poi il vescovo copto di Bawiti aveva ammesso di non essere riuscito a trovare prove sufficienti a sostegno della sua tesi (secondo cui gli occhi di San Pancrazio erano color salmone), e il fatto si era chiuso pacificamente.

Tordo parte per il Congo e, seguendo la sua antica abitudine, sceglie di andare a piedi. Durante il viaggio, lungo diverse migliaia di chilometri, viene depredato della sacca dei viveri, in cui erano stati stivati circa millesettecento kiwi. Costretto a mangiare le carogne degli animali trovati lungo il cammino, Tordo contrae la Taenia solium, parassita noto anche come Verme solitario, e comincia a deperire sensibilmente. La lunga camminata, poi, non lo aiuta a migliorare la situazione.
Giunto stremato a Bukavu, Tordo è accolto come un re dall’arcivescovo della chiesa locale che, felice per avere finalmente completato la sua collezione di Nembo Kid, dà una festa con un sontuoso banchetto in cui tutti i viveri della sua comunità vengono esauriti.

Il giorno dopo il banchetto, l’arcivescovo si rende conto di aver commesso una leggerezza, ma ormai gli è impossibile rimediare. Infatti la comunità non ha più un soldo in cassa ed è condannata alla fame.
L’arcivescovo convoca Tordo, chiamandolo in confidenza “John”, e gli chiede aiuto. Era dai tempi dell’Afghanistan (nel primo film della serie) che nessuno lo chiamava per nome. Questo fatto riempie di gratitudine Tordo che si convince a farsi operare per estirpare la Taenia solium, alla quale si era ormai affezionato. La Taenia di Tordo è lunga 40 metri (record assoluto per un essere umano) e con le sue carni la comunità di Bukavu potrà sopravvivere per almeno tre settimane.

A questo punto, un giovane della comunità rivela di aver fatto una scoperta sensazionale. Ha trovato un diamante gigantesco e ha bisogno dell’aiuto di tutti i membri della comunità per estrarlo. Cominciano così gli scavi che, nell’arco di qualche mese, rivelano la vera entità del diamante: il cristallo è così grande da occupare un’area di diversi chilometri quadrati tra Congo, Rwanda e Burundi.

Venuti a conoscenza dell’incredibile scoperta, gli eserciti dei tre stati cominciano una sanguinosissima guerra “tutti contro tutti”. Per tre anni, durante l’estate, tordo viene opzionato e acquistato da un esercito diverso. Una volta gli capita perfino di essere ceduto dall’esercito rwandese a quello del Burundi durante il mercato di riparazione di gennaio, a causa delle sue scarse performance durante quella stagione.
Dopo tre anni di morte e distruzione, i generali capi di Stato Maggiore dei tre eserciti si incontrano e trovano una geniale soluzione al conflitto: ogni paese avrà diritto alla porzione di diamante che si trova sotto il suo territorio.

La notizia mette Tordo di buon umore e gli restituisce la voglia e l’entusiasmo per riprendere la ricerca del suo zippo. Così giura a se stesso che, al termine di questa vicenda, si rimetterà in marcia per il Vietnam.

Finalmente il diamante viene estratto e tagliato, d’amore e d’accordo.

Dopo qualche taglio, al suo interno viene trovato un bussolotto di plastica. Tordo, che da anni non vede un uovo di Pasqua, ottiene il permesso di aprirlo. Ne estrae prima un documento che certifica il Made in Taiwan del diamante e poi un piccolo pacchetto incartato, della misura di una scatola di chewingum. Al suo interno c’è lo zippo che Tordo aveva perso nella giungla vietnamita nel 1971, accompagnato da un biglietto con queste parole: “Prendilo e torna a casa. Io, francamente, non ce la faccio più!”, firmato Stord Roolf.

E con questo, sembra che la vicenda sia definitivamente conclusa.
John Tordo è stato acclamato da pubblico e critica come il capolavoro assoluto del regista Stord Roolf. Ma come per tutte le grandi saghe cinematografiche, chi può dire con assoluta certezza che siamo giunti davvero alla…
FINE?

* * *
Avvertenza per i lettori: chi avesse perso la recensione degli altri tre film di Tordo, può leggerli su questo stesso blog. Le date della loro pubblicazione sono 21 e 30 maggio, e 7 giugno 2008.